<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #47

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Reportage - A dieci anni da Acteal XXl Parte, ultima

Verso l’impunità ufficiale


di Hermann Bellinghausen
La Jornada

25 novembre 2007

Verso l’impunità ufficiale
Il trauma del massacro è subito superato dal governo, non così per le comunità
Sfollare circa 10 mila persone conduce a problemi alimentari e sanitari
Dopo dieci anni restano impuniti i promotori ed autori intellettuali
Hermann Bellinghausen – Parte 21, Ultima

L’ultima settimana di dicembre del 1997 per le comunità di Chenalhó è difficile come quella precedente il massacro del giorno 22. Proseguiranno in stato di emergenza per mesi. Anni. Gli zapatisti del municipio di Polhó ed i loro simpatizzanti perredisti e Las Abejas pagano cara la loro ribellione. La militarizzazione di circa 15 comunità e la permanente condizione di profughi della terza parte della popolazione di Chenalhó (circa 10 mila persone alla fine dell’anno) generano gravi problemi alimentari, di salute, di trauma sociale, disoccupazione (per la sottrazione delle piantagioni di caffè e delle milpas) e sicurezza. Ancora dopo il massacro, sordi allo scandalo mondiale per le loro azioni, i paramilitari continuano a sparare, minacciare, sequestrare comunità intere. Oggi sappiamo inoltre che non sono mai stati disarmati, benché molti siano in prigione.

La PGR monta immediatamente la teoria del “conflitto intercomunitario” e di famiglie “che si disputano il potere dagli anni 30” (27 dicembre). Altro che Shakespeare a Chenalhó. L’indagine che si conclude col Libro Blanco di Acteal* nel 1998 si conforma all’ipotesi che il procuratore Jorge Madrazo Cuéllar diffonde immediatamente dopo il massacro. Con ciò si assicura un “controllo dei danni” da parte governativa. La responsabilità non arriva oltre i comandanti di polizia; i funzionari statali non sfiorano la prigione. Contrariamente ai discorsi e vaneggiamenti del presidente Zedillo, del suo gabinetto, dei legislatori del PRI e quello che resta del governo in Chiapas, per gli indigeni il dramma continua.

Il riscatto

Il giorno 27 arrivano a Polhó 3 mila 500 profughi di X’Cumumal ed altri 400 che da un mese erano trattenuti con la forza da gruppi priisti a Pechiquil e Los Chorros. Questo ultimo gruppo viene “riscattato” da una brigata di organizzazioni dei diritti umani e dalla Croce Rossa, supportata da autorità della PGR e dell’Esercito federale.

Prima arrivano i profughi di diverse comunità che erano stati sequestrati da parte di sconosciuti armati a X’Cumumal, ad otto ore a piedi di distanza. Un fiume di indigeni sfiniti, silenziosi, entra a Polhó tra un cordone di sicurezza di ONG diverse. Più tardi arriva un’altra colonna di quelli che erano trattenuti a Pechiquil. Tra la spessa foschia, la tenace pioggia ed il fango, la gente invade la strada tra Polhó e Pantelhó. Pianto e felicità si confondono mentre entrano nel villaggio dove vivranno per lungo tempo. Durante il tragitto, le scene sono di bambini che soffrono il freddo e la febbre, vecchi scalzi appoggiati al bastone, donne con uno o due bambini sulla sua schiena o in braccio, uomini che in spalla portano sacchi di caffè.

Lo scudo di protezione per i tzotziles che abbandonano il loro rifugio a X’Cumumal è formato dalla Croce Rossa Messicana, dal Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas, dalla Commissione Nazionale dei Diritti Umani, legislatori federali perredisti, organizzazioni civili per la pace ed attrici come Ofelia Medina ed Ana Colchero, informa La Jornada. Dieci anni dopo, Ofelia Medina continua ad aiutare i profughi nei loro campi.

Intanto, con un’operazione sorpresa organizzata dalla PGR, dall’Esercito federale, da organismi di diritti umani e dalla Croce Rossa, circa 400 indigeni sequestrati dai priisti a Los Chorros e Pechiquil, vengono liberati e portati nei nuovi rifugi. Il convoglio arriva a Los Chorros, principale centro dei paramilitari, alle 8:30 del giorno 27. Davanti allo stupore dei militari, le persone rapite ed obbligate a lavorare e consegnare soldi, superano le 300. Il numero di veicoli è insufficiente per trasportare tutti gli indigeni. I legislatori chiedono al comando militare di dar salire a bordo dei loro camion gli indigeni liberati (28 dicembre).

Il segretario di Governo, Emilio Chuayffet, ammette che il governo federale ha ricevuto informazioni riguardo “gruppi civili armati” in Chiapas, e che sapeva della situazione a Chenalhó, ma che un attacco come quello di Acteal “sfugge a qualsiasi tipo di informazione” (27 dicembre). Il dirigente perredista Andrés Manuel López Obrador e decine di ONG accusano Madrazo e Chuayffet di “manovrare” le indagini per cercare di escludere le autorità coinvolte. Gli avvocati democratici parlano di “genocidio” (28 dicembre).

La PGR esegue infruttuose perquisizioni alla ricerca di armi (30 dicembre), mentre le malattie e la fame si impadroniscono dei profughi a Polhó, Xoyep ed in altri accampamenti. Nel paese si svolgono mobilitazioni di protesta che si intensificano nei primi quindi giorni di gennaio 1998. Circa 50 ONG della Rete Nazionale Tutti i Diritti per Tutti chiedono di indagare sul governatore Ruiz Ferro per la sua “responsabilità” nei crimini (31 dicembre).

Proteste internazionali

Nel mondo si svolge la serie di proteste più diffusa della storia, prima delle mobilitazioni antiglobalizzazione del XXI° secolo. Dal 23 dicembre al 22 gennaio 1998 si registrano 249 azioni in 22 paesi; 118 negli Stati Uniti, dove la risposta è generalizzata; 21 in Spagna; 20 in Italia e 11 in Canada. (Un’ampia analisi del fenomeno è documentata in “La rete transnazionale di solidarietà con la ribellione indigena del Chiapas ed il ciclo di proteste contro la globalizzazione”, ricerca di Giomar Rovira, UAM-X, 2007). Un gran numero delle manifestazioni internazionali si svolgono il 12 di gennaio contemporaneamente al corteo di 80 mila persone a Città del Messico, 2 mila a San Cristóbal de Las Casas e mobilitazioni in diverse città del Messico. Tutta Europa, Bolivia, Australia, Puerto Rico, Cuba, Nicaragua.

In Italia e Germania (11 gennaio 1998) si distinguono dal papa Giovanni Paolo II fino a stelle del rock come Jovanotti e i Modena City Ramblers, gruppi autonomi, partiti politici, le grandi catene televisive ed i principali giornali si riferiscono al tema con voci di riprovazione contro il governo messicano ed iniziative in favore degli zapatisti. Ambasciate e Consolati del Messico sono assediati ed a volte occupati dai manifestanti in tutto il mondo. Decine di intellettuali e personalità si pronunciano con indignazione. Il Parlamento Europeo ricorda al governo messicano che “l’Accordo di Associazione Economica, Concertazione Politica e Cooperazione firmato nel dicembre del 1997 contiene una clausola democratica che, al suo primo articolo, fonda l’accordo sul rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali”.

Dal Togo, l’Internazionale Sud-Panafricana esprime la “sua grande preoccupazione” per la situazione. “Inviamo il nostro pensiero e le nostre preghiere ai nostri fratelli chiapanechi morti. Denunciamo la mancanza di rispetto dei diritti umani con cui si vuole opprimere il popolo del Chiapas, che soffre per non cadere nell’oblio”.

La violenza continua

Stati Uniti e Canada, soci commerciali del Messico, rivolgono qualche rimprovero al governo zedillista, ma niente di più. Il trauma di Acteal sarebbe stato presto “superato” dal governo; non così per le comunità (e perfino i gruppi paramilitari: fu tale lo shock che desistettero dalla violenza per un bel po’ di tempo). Il governo dovette continuare la guerra di bassa intensità con le proprie forze. Durante il 1998 vengono “smantellati” con la violenza i municipi autonomi San Juan de la Libertad (dove a giugno ci furono altri massacri ad Unión Progreso e Chavajeval), Tierra y Libertad e Ricardo Flores Magón; su Polhó è sempre pesata la minaccia da un attacco, senza concretizzarsi.

Con il nuovo governatore ad interim (il senatore priista Roberto Albores Guillén) e nuovi comandi di polizia e militari a fronte ad una rinnovata occupazione di Chenalhó e del resto del territorio indigeno, il governo federale non solo non ritira la sua strategia di guerra, ma la generalizza. Ma questo è un altro capitolo di una storia dove i terribili avvenimenti di Acteal sono solo un episodio. L’impunità istituzionale fu la regola. Dieci anni dopo continua ad esserlo. Il governo di Felipe Calderón mantiene intoccabili i promotori, organizzatori ed autori intellettuali del massacro, ed inoltre riattiva lo schema paramilitare nelle comunità e nei municipi autonomi.

Un’altra volta “scoppieranno” conflitti “tra famiglie e vicini”, anche se denunciati e documentati? Ci imbatteremo di nuovo in funzionari con la faccia da “non sono stato io”? L’orrore prefabbricato non finisce ad Acteal. Tuttavia, la verità sul massacro è una vittoria culturale, come si dice (si è sempre detto) dal 2 ottobre 1968. Qualsiasi “riscrittura” è vana, anche se potrebbe servire per vidimare l’impunità del governo messicano, questa “tradizione” politica che continua ad essere impermeabile alla giustizia.

Ringraziamenti

Questo reportage è stato realizzato fondamentalmente a partire dalle informazioni inviate dalle regioni indigene del Chiapas tra maggio e dicembre del 1997 dai giornalisti Juan Balboa, Elio Henríquez e da chi firma questo lavoro, così come da Ángeles Mariscal, corrispondente da Tuxtla Gutiérrez.

Sono state utilizzate inoltre cronache e notizie di Blanche Petrich, Jesús Aranda, Alma E. Muñoz e Jesusa Cervantes. Alcune altre informazioni si devono a Juan Manuel Venegas, Andrea Becerril, Triunfo Elizalde, Matilde Pérez, Jaime Avilés, José Gil Olmos, Salvador Guerrero Chiprés, David Aponte e Martha García. Gli articoli di opinione di diversi autori ed i comunicati dell’EZLN che si citano sono apparsi in originale sulle pagine di questo giornale. È inestimabile il supporto fornito da Juan Martínez, responsabile dell’emeroteca di La Jornada.

Inoltre sono state di grande utilità le ricerche inedite di Dolores Camacho, Arturo Lomelí e Jesús Ramírez Cuevas, testimoni oculari del periodo, così come le notizie del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas ed il suo documento Verso il massacro: rapporto speciale su Chenalhó (dicembre 1997). Altre fonti sono specificate nel testo.

*Le date tra parentesi si riferiscono a notizie pubblicate su La Jornada.

(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

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