<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #45

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Di Redentori e Irredenti

Parole dell'EZLN alla Tavola Rotonda "America Latina vista dall'Altra Campagna". 16 luglio 2007, ENAH, Messico, D.F.


di Redentori e Irredenti
Commissione Intergalattica dell'EZLN

19 luglio 2007

Parole dell’EZLN alla Tavola Rotonda “America Latina vista dall’Altra Campagna”

16 luglio 2007 – ENAH – Messico – D.F.

Vi avrei raccontato alcuni aneddoti della Toñita-Terza-Generazione e di Estefanía, o magari narrato un racconto di quelli che, come dicono le suddette, non ci si capisce niente, ma mi sono ricordato che è qui nella ENAH che hanno protestato perché l’ultima volta che sono venuto… no, di quella neanche mi ricordo, volevo dire che la volta scorsa in cui sono venuto, hanno protestato perché ho fatto un intervento multimediale che includeva Juan Gabriel, quindi non vi dirò niente del genere. Invece, e per rispetto alla serietà che caratterizza l’ambito accademico di questo istituto di studi, farò un intervento moooooolto sensato e formale su quella che è la nostra visione, come zapatisti, dell’America Latina.

Voglio dunque iniziare con il saluto che, a nome delle mie compagne e compagni, rivolgiamo a Marcos Roitman Rosenmann, che ha sempre riservato al movimento zapatista un ascolto attento e rispettoso, anche in momenti in cui le dissociazioni ed i cambiamenti d’abito sono diventati modalità e moda tra l’intellighenzia progressista del Messico e del mondo.

È bello riconoscere che nella sua penna, contrariamente a quanto sono impegnati a dimostrare alcune menti, l’intelligenza non è incompatibile con la coerenza.

Le sue acute e brillanti analisi delle realtà che pullulano nelle cosiddette “classi politiche” del nostro continente e l’andirivieni sempre più a destra delle “sinistre istituzionali”, sono approcci che acquisiscono colori speciali nel profondo e diffuso grigiore della critica intellettuale di lingua spagnola.

Ed è la nostra grande patria, l’America Latina, e gli sguardi che attira, ciò che oggi ci fa incontrare con lui, con Carlos Aguirre Rojas, con Sergio Rodríguez Lazcano, con i compagni e le compagne della Conferencia de Organizaciones Políticas Anticapitalistas de Izquierda (COPAI): il Frente Popular Francisco Villa- Independiente-UNOPII, la Unidad ObreroSocialista ed il Partido de los Comunistas , e con coloro che prestano ascolto e cuore a quanto si dice qua.

Bene, se avete sbagliato aula ed avete capito che questa non è materia di etnologia né vale alcun credito sul curriculum, allora lasciate la sala (chiaro che, andandovene prima, acquisirete dei crediti).

Bene, questo non breve prologo serve perché rimangano solo coloro che sono interessati a lanciare un altro sguardo sull’America Latina.

Perché, nonostante la frenetica globalizzazione degli standard nordamericani in tutto il mondo, in questo pianeta, continua ad avere identità propria quella lunga ferita chiamata “America Latina”.

E bisogna nominarla come dolore, proprio in questi tempi in cui si propongono come governi, medicinali di marca e generici che cambiano nella confezione ma hanno lo stesso effetto, cioè, né alleviano né guariscono.

E nella grande campagna mediatica che è la politica dell’alto, la storia si è ritorta e si è alterata per occultare un’America Latina che costruisce il suo domani controcorrente e le cui luci più intense sono nei Caraibi, in quella dignità chiamata Cuba, e che comincia ad essere accompagnata dai movimenti popolari che si ribellano, dalla Patagonia fino a nord del Río Bravo.

Nella rachitica storia di quelli in alto, questa zona del pianeta ha cominciato ad esistere quando le potenze imperiali europee del secolo XVI “civilizzarono” e, con la conquista, incorporarono queste terre, e coloro che le abitavano, al resto del mondo moderno.

Forse, la nostra esistenza, allora, dovrebbe essere collocata nell’ inframondo, e la conquista sarebbe così una specie di rovescio dell’espulsione dell’angelo ribelle che sfidò il Dio biblico. Un demonio reincorporato nel mondo dell’alto, di quelli che stanno in alto, nell’unica forma in cui è possibile riammetterlo, cioè, arreso e sottomesso, ovvero, redento.

Se così fosse, la storia della nostra sofferenza può essere vista almeno in due maniere distinte e contrapposte: l’una, come quella della redenzione e dell’ingresso nel mondo “civilizzato”; l’altra, come quella della ribellione e della nuova e reiterata sfida, ora al dio terreno.

So che sto semplificando e che con questa argomentazione sto lasciando da parte la ricchezza e specificità della storia di ognuno dei popoli oggi latinoamericani, ma vi prego di sorvolare su questa riduzione, almeno con la stessa generosità con cui perdonate che si chiami “tavola rotonda” un tavolo che, secondo tutte le evidenze antropologiche, è rettangolare.

Bene, torniamo dunque a questa nostra rozza allegoria della storia latinoamericana.

Avremmo, dunque, la storia dell’alto come la storia della nostra redenzione come popoli, Nazioni e Continenti (“redenzione ancora incompiuta”, diranno gli imprenditori della paradossale ” Letras Libres” ed i loro disorientati “A-NEXOS“). E forse qui potremmo ritrovare uno dei fili apparentemente invisibili che ci uniscono ai Popoli dell’Africa e dell’Asia (con i loro sguardi e le loro parole ci incontreremo domani), perché qui “redenzione” è sinonimo di “esonero”.

La storia ufficiale, quindi, non è altro che quella del perdono del dio dell’alto, la “modernità” (ovvero il mercato) della colpa dei latinoamericani.

Una colpa complessa e con un’impalcatura argomentativa più o meno elaborata. Una specie di colpa “all included” (notate come sono in sintonia con la stagione vacanziera).

Una colpa che comprende quella di non essere nato nell’Europa dell’alto, con le sue monarchie tanto squisite quanto ridicole, i suoi scandali di pompa e circostanza, i suoi musei, la sua gastronomia, le sue politiche anti-immigranti, le sue oppressioni, le sue storie vergognose, le sue sottomissioni all’impero a stelle e strisce, le sue sinistre moderne (tanto educate e perbene che sembrano di destra).

O la colpa di non essere nato nel Nordamerica dell’alto, cinico, brutale ed assassino, della polizia mondiale, quella che ha portato nel mondo gli orrori più infernali nella storia dell’umanità, cioè, il ” fast food“, i Malls o Centri Commerciali, le bombe finanziarie, la Quarta Guerra Mondiale.

Ed in questa storia ufficiale, cioè, quella dei grandi mezzi di comunicazione di massa, ciò che viene sottolineato è il perdono e l’accettazione, la redenzione: di fronte ad un Bill Gates, un Carlos Slim; di fronte alla favola del principe di Borbone e della neocenerentola Letizia, al fumetto del ranchero Fox e della burocrate Martha; di fronte alla leggenda britannica di Jack lo Squartatore e la realtà delle morte di Juárez; di fronte alla prigione illegale nel territorio occupato illegalmente di Guantánamo, la sparizione forzata di militanti della sinistra radicale messicana (entrambe con il pretesto della lotta al “terrorismo”).

Che dietro queste favole di successo, benessere e terrore ci siano storie reali di abuso, sfruttamento, repressione e discriminazione, è qualcosa su cui si può sorvolare. Dopotutto, ottenere il perdono richiede sacrificio.

Ma, in questa storia c’è qualcosa di più che perdono ed esonero. C’è anche il pagamento di un debito che comincia dal saccheggio delle ricchezze naturali (iniziato sotto le bandiere delle monarchie europee), compreso l’annientamento e la riduzione in schiavitù di milioni di indigeni, che prosegue fino ai nostri giorni sotto le bandiere delle “democrazie rappresentative” di tutto il mondo.

In sintesi: ci hanno fregato e ci fregano, ma è stato ed è per il nostro bene.

Ma ogni redenzione necessita, oltre che del peccatore esiliato dal paradiso un tempo condiviso, di un redentore. Se prima indossava vesti laiche ed ora sfacciati capi d’abbigliamento religiosi, non vuol dire che il redentore al quale ci riferiamo sia necessariamente cristiano, cattolico, apostolico e romano. Dopotutto, la manipolazione fatta da George Bush delle sue guerre contro Afghanistan ed Iraq, così come la rivelazione delle storie schifose e pedofili dell’alto clero, non lasciano molta stoffa da ritagliare per confezionare l’abito del redentore (o redentrice, perché là in alto, dicono, c’è parità di genere).

Il posto di redentore non ha nemmeno molto a che vedere con i principi, l’etica, l’onestà, e tutte quelle cose strane, assurde e, soprattutto, fuori moda.

Dunque, dove si sviluppa e prende forma, nell’attualità moderna, il redentore? Qual è il ventre che lo partorisce, alleva, forma, educa e, poi ripudiandolo, gli dà motivi per consumare un capitale sul lettino dello psicoanalista (perché per ogni Edipo c’è una sua Elettra)?

Chi ha risposto: nella ENAH, nell’accademia, o in una scuola di quadri politici, prende un demerito, ma può ripresentarsi se resta fino alla fine di questa conversazione.

La risposta corretta è: nei mezzi di comunicazione di massa. O meglio: nel mondo che creano i mezzi di comunicazione di massa.

Un attimo fa abbiamo detto che ci hanno condotto qui due temi: quello dell’America Latina e quello degli sguardi.

Con tutto questo processo di imposizione della Storia dell’Alto, quella che ci assegna il ruolo di redenti, hanno trasformato in estranea e straniera una terra che è anche la nostra: la terra latinoamericana. Su di lei non abbiamo informazioni di prima mano, nostre. Cioè, ci affacciamo al resto del mondo attraverso lo sguardo di altri. Vediamo ciò che quegli sguardi ci permettono di vedere.

Attraverso che cosa o chi ci affacciamo a questa America Latina che ci è estranea? Non preoccupatevi, per questo ci sono i corrispondenti, gli inviati speciali, i commentatori, gli analisti, gli annunciatori, i capi redazione, i giornali, le riviste, i programmi di radio e televisione, il National Geographic.

In tutti questi casi ci troviamo con vedute che ne sostituiscono altre. Se guardiamo Città del Messico, vedremo un Marcelo Ebrard così dinamico ed intraprendente da sembrare lo spot di un deodorante, ma non vedremo le famiglie che a Tepito, Iztapalapa, Santa María La Ribera, a seconda dell’obiettivo di turno nella neoconquista del DF, sono rimaste senza casa né fonte di lavoro a causa degli “espropri”; se ci volgiamo al Venezuela, non vedremo un paese che si organizza e costruisce una Nazione sovrana ed indipendente, ma i presunti arbitrii della presunta tirannia di Hugo Chávez; se guardiamo il Brasile, non distingueremo le lotte agrarie del MST, ma un bonaccione, affabile e carismatico Luis Ignacio Da Silva (più noto come “Lula” per i suoi amici del Fondo Monetario Internazionale); se ci affacciamo alla Bolivia noteremo il tifo per il calcio di Evo Morales e non il movimento indigeno e contadino che ha scosso e scuote il continente; se guardiamo il Cile, distingueremo il buono o cattivo gusto nel vestire della Bachelet e non la discriminazione contro gli indigeni Mapuches; se guardiamo a Cuba, sapremo come vanno le scommesse sulla vita o sulla morte di Fidel Castro, e non vedremo l’eroismo e la generosità di un popolo intero; e se guardiamo al Messico, bè, non vedremo Felipe Calderón ed i suoi neofili asiatici… perché coperto dalle uniformi dei militari.

Potremmo così percorrere la geografia intera dell’America Latina e domandarci, soprattutto, che cosa non vediamo attraverso lo sguardo usurante dei grandi mezzi di comunicazione.

E come la geografia, il calendario. Le date per ricordare e per dimenticare sono stabilite dal mondo mediatico. Così, per esempio, il 12 ottobre si celebra il giorno dell’ispanicità, non si ricorda l’inizio di un crimine che ancora non finisce: l’anniewntamento culturale e fisico dei popoli originari di queste terre; il 16 luglio non è il giorno della tavola rettan…, pardon, rotonda, su “L’America Latina vista dall’Altra Campagna”, ma il giorno dell’esordio di Harry Potter e La Gallina Cieca.

Ergo: il mondo che vale, che esiste, che è reale, è quello dei mezzi di comunicazione. Ed è lì dove si forma il redentore “moderno”, cioè, il politico professionista. Perché il suo lavoro, la sua missione, il suo impiego, il suo posto, il suo parlamento nella tragicommedia del Potere in America Latina è questo: redimere le sporche, brutte e cattive (notate come contraddico il mio leggendario machismo omettendo il maschile e mettendo solo al femminile il riferimento al basso insubordinato e colpevole).

Se il terreno di gestazione è quello mediatico, perché i principi, la memoria, l’onestà? Qui non sono necessarie piattaforme politiche o programmi di azione, ma un programma di immagine pubblicitaria ed una piattaforma con tutti i cosmetici a disposizione. Al posto di un seminario alla scuola quadri, è preferibile una prima pagina su ” ¡Hola!“, “Gente” (o in “TV y Novelas” o “TV y Notas“).

Perché qui la cosa importante è che ti conoscano quelli importanti, quelli che valgono, quelli che scelgono realmente.

E all’ora di punta della programmazione, cioè, al momento delle elezioni, è questo ciò che conterà davvero: l’immagine mediatica.

Prendiamo ad esempio il Messico delle nostre insonnie.

Secondo dati raccolti dai compagni del Centro di Analisi Multidisciplinare (CAM), parte della squadra di appoggio della Commissione Sesta dell’EZLN, il costo delle campagne elettorali dei partiti politici è aumentato alla voce destinata all’ambito mediatico: nel 1994 avevano utilizzato il 24% del loro bilancio, nel 2000 la spesa è aumentata al 54%, nei comizi intermedi del 2003 la media è oscillata tra il 50% ed il 70%, a parte il caso del partito Verde Ecologista del Messico che ha speso l’80% del suo bilancio, e si calcola che nelle elezioni del 2006 la spesa è stata all’incirca del 75%.

Quello che i partiti politici hanno deciso di spendere per i media e la propaganda fa un totale di $1.119.344.966,28 pesos , considerando i 3 partiti e le 2 coalizioni nei 6 mesi precedenti l’elezione presidenziale del 2006.

E per i media hanno speso quasi 10 volte di più che in propaganda (media: $9.780.029.056 pesos ed in propaganda $141.315.910 pesos ).

La spesa accumulata per la televisione nel periodo dal 19 gennaio al 28 giugno 2006 è stata di $718.327.474 pesos, così suddivisa:

PAN - $ 127.276.523 pesos

Coalición Alianza por México – $ 294.988.728 pesos

Coalición por el Bien de Todo - $ 267.987.504 pesos

Nueva Alianza – $ 23.193.244 pesos

Alternativa Socialdemócrata y Campesina – $ 6.633.510 pesos

With money dancing the dog“, “i soldi fanno ballare il cane”, ha detto quel antropologo senza laurea chiamato Eulalio González “El Piporro”, quando ha affrontato la Border Patrol a nord del Río Bravo. Ed il denaro è finito nelle casse dei grandi elettori… ed il cane ha ballato.

Siccome non è più né il terreno delle idee, né l’ambito politico, il luogo dove si definiscono le posizioni, allora possiamo dire che lo spettro politico si è spostato sui mezzi di comunicazione. Ora, ci sono i media “buoni”, “cattivi” e “pessimi”.

E se si vedono equilibrismi impressionanti tra i partiti politici dell’alto, i mezzi di comunicazione non restano indietro. Così, coloro che solo ieri condannavano ogni mobilitazione popolare e chiedevano l’uso della repressione per “metter ordine”, oggi sono capitani del giornalismo democratico ed indipendente.

È attraverso gli sguardi che passano sui media che ci affacciamo all’America Latina che ci convoca.

E lì troviamo sguardi che classificano, giudicano e condannano, e sguardi che cercano di capire. Sguardi che ne sostituiscono altri e sguardi rappresentativi.

E, purtroppo, negli sguardi che classificano, giudicano e condannano (sempre chi sta in basso), ne troveremo molti che si aggiudicano il titolo di “progressista”. Alcuni vanno più in là e dicono di essere di “sinistra”. E forse lo sono, ma di quella sinistra che ora chiameremo ” la sinistra mediatica“. Quella che critica la televisione come fonte di Potere mentre si paga alla “buona televisione” quasi un quarto di milione di pesos alla settimana per un programma. Quella che scopre ora, attonita, che Ricardo Monreal, uno dei leader visibili della mobilitazione post-elettorale di un anno fa, non è altro che un grillo che salta da una parte all’altra, all’unisono con poltrone e soldi. Quella che sorvola sulle reiterate aggressioni fisiche delle “basi” della CND lopezobradorista di Zinacantán, Chiapas, contro le comunità zapatiste. Quella che non vuole rivedere dati, calendari e geografie per denunciare quale è stata ed è la partecipazione dei governi del PRD nel Distretto Federale, da Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano fino a Marcelo Ebrard, passando per Rosario Robles e l’attuale “presidente legittimo” del Messico: Andrés Manuel López Obrador, nell’incremento della fortuna di Carlos Slim Helú (“l’uomo più ricco del mondo”, secondo la lista di Forbes, “e l’uomo più filantropico del mondo” secondo i media ed i circoli di intellettuali fedeli al Potere). Quella che legittima la ragione pragmatica come guida della sinistra istituzionale. Quella che si è scandalizzata quando le immagini di Marx, Engels, Lenin e Stalin, portate dal PCM-ML-FPR, sono apparse nelle manifestazioni dell’Altra Campagna, ed ora che quelle immagini ed i loro portabandiera sono entrati nella CND di López Obrador ed incorniciano le sue mobilitazioni, mantiene un vergognoso silenzio (la subordinazione alla sinistra istituzionale come requisito per ottenere il perdono dei peccati). Quella che ha classificato ogni opposizione critica alla sinistra elettorale come “immaturità”, “disperazione”, “servizio alla destra”, “terrorismo ultra”. Quella che ha seppellito la ragion critica sotto argomenti prodotti, elaborati, consunti e consumati alla tavola del Signore: ” Il problema attuale, mio caro, non è essere libero o schiavo, ma essere moderno o antiquato, e la sinistra anticapitalista è tanto sorpassata che dà noia. Senti come l’ho detto bene. Scriverò un articolo contro l’Altra Campagna che si titoli ’ La Sinistra Sorpassata, la sua disfunzione mercantile ed il conseguente aumento del peso del seme di gallina’, certamente sarà un successo e mi inviteranno a mangiare alla tavola del signor Bachoco “.

Solo qualche giorno fa, Marcos Roitman, sul giornale messicano La Jornada(15 luglio 2007) ha toccato un punto sensibile nella critica al ruolo della ” beatiful people” (come l’ha definita quel grande assente di cui si sente molto la mancanza in questi tempi, Manuel Vázquez Montalbán): la complicità. Indubbiamente Roitman non ha usato questa parola, ma la descrizione che fa dei neoliberali neocapitalisti suggerisce precisamente questo. Cioè, non si tratta solo di una claudicazione. Adesso c’è una specie di partecipazione intellettuale nelle azioni della grande impresa del Capitale: una complicità. Come i grandi monopoli fanno corsi di formazione ai loro impiegati affinché si sentano parte della corporazione, così il signor Denaro impartisce seminari virtuali per analisti e consulenti progressisti, liberali e di sinistra.

Roitman segnala che l’equanimità e l’equilibrio di facciata di questi thinks tanks (gruppi di esperti – n.d.t.), si modifica sostanzialmente se si pongono le seguenti domande: ” Come si lotta contro lo sfruttamento e la povertà senza ridistribuire la ricchezza? Come si recuperano le ricchezze di base, nelle mani delle multinazionali, le cui fortune sono state ottenute con contratti illeciti ed evadendo capitali? Che cosa succede se si realizzano riforme agrarie per limitare il potere delle oligarchie dei proprietari terrieri e si potenzia l’organizzazione popolare dei lavoratori delle campagne per creare cooperative di produzione? Che cosa succede quando si cerca di rifondare lo Stato su leggi di autonomia che riconoscono la realtà multietnica dei popoli indios? “.

Il fatto è che di fronte alla questione del sistema capitalista e delle sue logiche predatrici, la sinistra mediatica è tanto, ma così tanto moderna che assomiglia troppo alla vecchia destra. Perché la moda, in questo caso la moda politica, non è altro che un salto all’indietro. E questo l’ha detto Walter Benjamín, ma avrebbe potuto dirlo Don Durito de La Lacandona.

Ciò che si vuole segnalare qui, è che, sedotti dal canto delle sirene lanciato dalle agenzie di sondaggio dalle scogliere delle frodi mediatiche ed elettorali, questi pensatori collocano il problema del Potere e del governo come una questione di strade (via pacifica o via armata, riforma o rivoluzione), e dimenticano che la questione del Potere e del governo si riferisce a domande fondamentali: perché e per chi governare?

La questione del Potere e del governo si riferisce alla convivenza in una società.

Nella società capitalista, questa convivenza si risolve con l’imposizione dell’egemonia (comanda chi possiede) ed omogeneizzando i valori ed i criteri del mercato.

Pertanto, il problema del Potere e del governo non è se si accede ad essi per la via elettorale o con chi si contende la sua titolarità, ma come si affronta o no questa egemonia e questa omogeneizzazione.

Ma questo è un tema da trattare in un’altra occasione.

Per adesso ricordiamo solo queste parole di allerta e amara speranza di Walter Benjamín:

Siamo diventati poveri. Ci siamo disfatti, un pezzo dopo l’altro, dell’eredità dell’umanità, spesso regalandola al monte dei pegni per cento volte meno di quanto vale in cambio di ciò che ci dà in anticipo la piccola moneta del presente” (…) “In un momento in cui i politici (…) liquidano il tradimento della loro causa, questo pensiero si propone di liberare l’infante politico mondiale dalle reti in cui l’hanno avvolto. Le considerazioni nascono dal fatto che la cieca fede nel progresso di questi politici, la loro fiducia nella “base di massa” ed infine, il loro servile inserimento in un apparato incontrollabile, non erano altro che tre facce della stessa cosa. Queste considerazioni cercano di fornire un’idea di quanto sia difficile per il nostro pensiero abituale, una concezione della storia che eviti ogni complicità con quella a cui i politici continuano a conformarsi”. (Walter Benjamín. “Per una critica della violenza”. Edit. La Nave de Los Locos. Messico, 1982, p. 124 e 115).

Quindi, c’è un altro modo di vedere la storia della nostra America Latina: quella dell’insubordinazione, quella della ribellione.

Ed una parte di questa storia singolare è quella dell’imperdonabile popolo cubano: l’ultimo ad emanciparsi ed il primo ad essere libero nel nostro continente.

Ma non solo, nell’altra America Latina un’altra storia si sta ricostruendo.

Quella che non cerca assoluzioni, né redenzioni, né perdoni. Quella che non aspira e sospira per l’arrivo di redentori che soppiantino volontà e vocazioni. Quella che cammina in basso e a sinistra… anticapitalista.

Quella che innalza una nuova Torre di Babele non solo per sfidare il dio onnipotente del denaro, ma anche per farsi spazio e rispetto, nelle sue differenze.

Quella che ha il volto bruno dei popoli originari di questo continente, le mani di chi fa girare le ruote della storia con la s minuscola, i piedi di donne, giovani, bambini ed anziani senza-posto, i corpi di operai e contadini.

Quella che vediamo, sentiamo ed impariamo non attraverso sguardi sostitutivi, ma che guardiamo ed ascoltiamo da voci rappresentative.

La storia che si può leggere in questa lettera della nostra compagna Magdalena García Durán, prigioniera politica:

“Zio: Ti mando molti saluti, non preoccuparti per me, sto bene, andate avanti con quello che state facendo, non fermatevi, in ogni trincea la lotta continua e speriamo che presto finisca questo incubo, e comunque proseguiremo, e che questo non sia motivo per interrompere l’Altra Campagna, perchè molti che avevano ancora gli occhi chiusi, stanno cominciando a togliersi la benda. Ti auguro buona fortuna e andate avanti. Libertà e giustizia per tutte e tutti i prigionieri. Magdalena García Durán”.

Questo è il nostro altro sguardo al grande e frammentato specchio della patria grande.

Potranno truccare calendari e geografie, ma il domani che partoriranno queste terre dell’America Latina non sarà patrimonio di redentori e non sarà una democrazia piena di statue e monumenti ma vuota di popolo.

Al contrario, sarà opera di popoli irredenti che non accetteranno di sparare agli orologi per fermare il tempo della conquista della loro libertà, ma che caricheranno un altro tempo come alternativa.

Modesta ma necessaria sarà allora la partecipazione di donne e uomini che rinunceranno ad essere in alto o per l’alto, per trasformarsi in Nessuno e così affrontare il Ciclope Polifemo, il prepotente, il Potere capitalista.

Perché c’è già un altro calendario in un’altra geografia.

Basta guardarlo, impararlo, ed agire di conseguenza.

LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER ATENCO!

LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER OAXACA!

Molte grazie.

Subcomandante Insurgente Marcos Messico, Luglio 2007

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