<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #44

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“Se siamo già in maggioranza dentro una regione, allora chi deve governare?”: Zebedeo

Riunione dei delegati zapatisti con simpatizzanti a L’altra Laguna


di Comandanti Eucaria, Miriam e Zebedeo
Commissione Sexta dell’EZLN

3 maggio 2007

Parole del Comandante Zebedeo

Introduzione

Buona sera compagne e compagni, bambini, bambine. Questa è la delegazione della Commissione Sesta e dell’Altra Campagna e stiamo visitando… differenti stati del nostro paese e le varie regioni. Qui ci sono con noi la compagna Comandante Myriam, delegata tre, e la Comandante Eucaria, delegata 18 e ci sono io, Comandante Zebedeo, delegato due… nient’altro.

Bene compagne e compagni, vogliamo rivolgervi la nostra parola su questa seconda tappa della lotta, per continuare a darle corpo ed a disegnare un piano nazionale di lotta contro un nemico che ci reprime, che ci umilia, che ci sfrutta. Ma prima di me, c’è la parola in primo luogo delle compagne che ci parleranno delle loro esperienze di lotta e magari queste esperienze di lotta vi servano affinché anche voi incominciate a lottare ora davvero sul serio. A lottare, non solo voi, ma tutti, noi e voi e con gli altri compagni e le altre compagne, fratelli e sorelle del nostro paese, e magari chiedendo la solidarietà di altri paesi fratelli del mondo.

Parole della Comandante Miriam

Buona sera compagni e compagne, sono molto contenta di stare qui con voi in questo municipio. Ci tocca fare questo lavoro, dell’altra campagna, per condividere le nostre esperienze. Voi state pure lottando qui ed anche noi lottiamo là, ma è diverso perché noi, con l’altra campagna, non veniamo ad imporre perché voi avete il vostro modo di lottare e noi un altro modo.

Quando abbiamo incominciato a lottare, prima del ‘94, era difficile compagni… noi ci siamo resi conto che soffriamo molto là, nelle nostre comunità, perché quasi non ci tengono in considerazione, perché non avevamo terra, oppure ne avevamo solo un pezzetto sulla china della montagna, ma non ne avevamo dove la terra è buona. Quelli che hanno la buona terra sono i proprietari terrieri, loro sì che hanno quelle terre. E se noi andiamo a fare legna o ad attingere acqua, non ci lasciano passare di lì, su quei terreni, perché c’è il padrone della terra. Ed i compagni che vanno a lavorare in quelle terre dei latifondisti, non sono pagati con un buon salario: è un salario che non serve a niente perché, a volte gli danno un litro di alcool e con quello sono già pagati e la famiglia, i bambini, noi… rimaniamo senza niente.

Ma dopo abbiamo visto che ci sfruttano perché siamo molto poveri, che non ci tengono in considerazione e ci disprezzano pure, perché siamo indigeni, perché abbiamo la nostra cultura, il nostro colore, la nostra lingua. Però siamo discriminate pure perché siamo donne, perché non avevamo diritti, stavamo solo in casa a prenderci cura dei bambini, facendo i lavori di casa e del campo. Non c’è quasi educazione e per questo, in molte, non sappiamo né leggere né scrivere, non sappiamo neppure parlare in castilla, perché abbiamo la nostra lingua. Non abbiamo salute perché non c’era clinica, i bambini muoiono molto, le donne muoiono di parto, perché non c’è dove andare, non c’è modo… così soffriamo, soffriamo molto come donne.

Ma abbiamo cominciato ad organizzarci insieme ai nostri compagni, per chiedere un pezzo di terra. Quello che fa il governo è che ci perseguita, perseguita i dirigenti, perché se tutti ci mettiamo a lottare, dato che è facile, ci prendono, ci imprigionano, ci uccidono, ci fanno sparire. Perché il governo, se noi lottiamo, ci tratta da delinquenti, cioè da trasgressori della legge, perché noi non stiamo tenendo conto della loro legge, di quella del governo. Loro continuano a fare le loro leggi, ma noi ci siamo resi conto che le fanno solo per alcuni dei loro, non per noi, solo per loro perché con le loro leggi si proteggono loro stessi: proteggono quelli che spogliano e quelli che sequestrano, quelli che assassinano e quelli che vendono la patria… solo per loro stessi, per noi niente.

Se noi lottiamo per la nostra giusta causa, quello che fa il governo è perseguitare i contadini e così è successo… e noi, come donne, abbiamo visto in che modo lottare. Grazie ai compagni che per primi arrivarono là, a spiegare un po’ la situazione, noi ci siamo resi conto rapidamente, ma abbiamo dovuto prendere sul serio il lavoro della lotta zapatista, cioè di un’organizzazione clandestina. Abbiamo cominciato ad organizzarci, uno alla volta, non crediate che di botto siamo entrati nella lotta, ma a poco a poco, con molte precauzioni. Abbiamo fatto il sacrificio di mantenere i compagni che stanno lì nella selva, ad organizzare o preparare come portare avanti la lotta: facendo tostatas, pinole e mandando tutto per appoggiarli. Poi a poco a poco è venuta fuori l’organizzazione, si costruì una clinica dei compagni, dove possono andare a farsi visitare le compagne ed i compagni. Da lì, abbiamo incominciato ad organizzare un lavoro collettivo, perché è necessario, perché se noi stiamo cooperando col denaro, a volte non ce n’è, e quindi abbiamo dovuto trovare il modo per mantenere questa resistenza, abbiamo dovuto lavorare nei collettivi…

Insieme alle donne, abbiamo dovuto fare riunioni, incontri di donne, per sapere che cosa pensano le altre compagne, che cos’è che pensano. Era difficile perché noi parliamo in tre lingue nella regione da dove veniamo. Ci sono la lingua tzeltal, la tzotzil e la tojolabal, quindi è difficile, abbiamo dovuto trovare il modo per capirci fra compagne, per parlare su ciò che esse sentono e di perché stiamo vivendo in queste condizioni di vita.

I nostri papà non ci mandano la scuola, a volte ci dicono che le donne devono stare solo in casa, che solo gli uomini vanno alla scuola – in alcune comunità dove c’è scuola – perché gli uomini possono avere l’incarico di un commissariato o diventare rappresentanti dell’ejido, ma le donne, no, non hanno diritti. Però i colpevoli non sono i nostri papà, nemmeno i nostri nonni, i colpevoli sono quelli che sono venuti a spogliarci della nostra terra, quelli che sono venuti ad imporre quelle brutte idee. Già dopo il ‘94 quando ci siamo alzati in guerra, abbiamo detto loro Già Basta! così tanto sfruttamento e così tanta discriminazione.

Abbiamo incominciato a poco a poco e – quando incominciò la guerra del ‘94 – i compagni partirono a combattere contro l’esercito, contro il governo. Poi, passando il ‘94, venne il tradimento di Zedillo insieme al governatore Albores Guillén. Noi dovemmo andarcene dai nostri villaggi perché loro volevano che chiedessimo perdono, ma noi abbiamo detto: nemmeno per sogno, non chiediamo perdono e neanche chiediamo permesso a nessuno di fare l’organizzazione. Quando siamo poi tornati – tre mesi siamo stati fuori, in differenti regioni della nostra zona – non avevamo più nulla perché ci avevano rubato tutto quello che avevamo lasciato: il pollaio, i coniglio, il forno del pane, lo spaccio collettivo… tutto avevano rubato: il mais ed i fagioli. Quando siamo ritornati abbiamo dovuto tornare un’altra volta a riorganizzare i lavori delle donne. Sotto la pressione militare perché continuano a mettere i soldati, a reprimere le comunità, ma con la forza delle compagne abbiamo fatto i presidi, abbiamo fatto la guardia, lì, all’entrata delle comunità, per non permettere più all’esercito di entrare nei nostri villaggi perché le donne hanno detto no. Da allora ci sono tre desaparecidos del nostro municipio, perché entrarono e uccisero tre compagni e li lasciarono in mezzo alla strada, per terra… è per questo che abbiamo dovuto reclamare ai soldati, quando volevano entrare nelle nostre comunità, che non potevano, perché non c’era giustizia, perché sono rimasti così... senza giustizia, i compagni.

Più tardi, quando di nuovo il governo vede che noi stiamo riorganizzando i lavori collettivi, che non smettiamo di organizzarci, allora manda il programma Progresa, per le donne che non sono zapatiste, che sono priiste… Danno dei programmi e dei progetti del governo alle donne, perché smettiamo di fare il lavoro… ma noi no, non ci caschiamo ed abbiamo dovuto trovare il modo per incominciare un’altra volta il lavoro. Noi non lavoriamo con progetti del governo fin dall’inizio e per questo cerchiamo un’altra volta il modo per fare quel lavoro…

Ed allora mandano la loro commissione di elettricità perché noi dovevamo già molto di luce, visto che non la stavamo pagando dal ‘94 e portano le loro bollette ad ognuno e dobbiamo molto… Noi, anche le donne, abbiamo dovuto occuparci di questo ed allora abbiamo afferrato quello della commissione e gli abbiamo tolto tutto quello che portava, perché non pagheremo mai la luce e così è stato. Ma sui lavori collettivi, credo che continuerà la compagna Eucaria.

Parole della Comandante Eucaria

Fratelli e sorelle, ricevete un grande saluto rivoluzionario dai compagni e dalle compagne basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Leggo questi miei appunti che ho qui, perché non so parlare.

Mi fa molto piacere stare qui con voi, sono una donna indigena e non so parlare il castilla, io parlo puro tzeltal, sto qui per imparare e per condividere con voi quello che siamo e quello che viviamo in Chiapas e nel Messico e nel mondo.

Come donne siamo quelle che abbiamo più necessità nei villaggi, nella regione e nel municipio, portando avanti i lavori collettivi delle donne e l’unico lavoro che abbiamo come donne, per ottenere un po’ di denaro, è quello di fare lavori collettivi come l’artigianato, ricamare, allevare polli, per coprire le necessità delle nostre famiglie.

Questi collettivi di donne hanno i loro direttivi formati da sole donne e loro stesse stanno amministrando i collettivi ed hanno anche le loro rappresentanti di ogni villaggio o del municipio autonomo. Anche se siano poche, sì esistiamo e facciamo parte della nostra resistenza, dei villaggi zapatisti.

Come donne, ci organizziamo nei lavori collettivi e partecipiamo anche alle riunioni di ogni villaggio, come donne partecipiamo alle assemblee municipali, partecipiamo alle marce, alle manifestazioni, perché sappiamo che tutto questo fa parte della nostra lotta di popolo. Anche se ci sono donne ed uomini che si prendono gioco di noi, come donne zapatiste, non ce ne preoccupiamo perché non sanno quello che dicono.

Ma pur in questa situazione, ci sono compagne che hanno preso coscienza ed hanno preso la decisione di partecipare, hanno resistito, hanno affrontato questi problemi ed ostacoli e stanno partecipando ai differenti lavori nella nostra organizzazione zapatista.

Noi donne zapatiste abbiamo sofferto e resistito… ci sono state molte situazioni difficili, durante questi anni di lotta, perché il mal governo ha tentato di dividerci e di distruggerci con i suoi programmi come di Progresa, Oportunidades, come Cocinas comunitarias che sono cosegià scadute… è che sappiamo che sono solo elemosine che arrivano ad offrirci.

Come donne zapatiste che lottiamo per democrazia libertà e giustizia non ci siamo lasciate ingannare dai programmi del mal governo, ma dobbiamo organizzarci in ogni villaggio, in ogni municipio, pure in altri lavori di organizzazione. Tutto questo lo facciamo col fine di resistere alla difficile situazione della nostra lotta, ma vogliamo pure dire che le compagne hanno resistito e continuano a partecipare ai vari lavori come donne.

Dobbiamo essere ribelli contro tutti coloro che negano il diritto alle donne per questa poca partecipazione delle donne nella lotta zapatista, visto che non è ancora sufficiente. C’è bisogno di più lavoro nei villaggio affinché le compagne arrivino ad una maggiore coscienza e decisione, affinché ci sia più partecipazione delle compagne ai diversi lavori della nostra organizzazione.

Siamo coscienti che c’è bisogno della partecipazione di tutti e di tutte per trionfare con la lotta rivoluzionaria, perché noi donne del Messico e del mondo siamo la maggioranza e siamo molto importanti della lotta dei nostri paesi. Ciò che sogniamo per il futuro è raggiungere l’uguaglianza tra uomini e donne, in modo che abbiamo gli stessi diritti, che un giorno finalmente viviamo la democrazia, la libertà e la giustizia per tutti.

Voglio invitarvi, compagni e compagne, a che continuiamo a lottare insieme, non importa il colore né la razza: ciò che ci importa è l’uguaglianza, la democrazia, la libertà e la giustizia per tutto il Messico e per tutto il mondo.

È tutta la mia parola, compagni.

Parole del Comandante Zebedeo

La lotta che le donne portano avanti, risale a prima del ‘94, perché la stavano già costruendo e stavano già praticando i loro diritti, anche se riconosciamo che allora noi uomini, ma pure in tutto il paese e nel mondo -come dicono le donne- eravamo molto maschilisti… ma stiamo lo stesso lottando, perché si tratta della lotta delle donne e della lotta di noi uomini, che è grande… perchè non stiamo lottando solo per i nostri diritti, ma stiamo lottando per un diritto sociale, un diritto perchè in Messico ci sia la libertà, la giustizia, la democrazia. Noi vogliamo condividere con voi le nostre esperienze di lotta prima del ‘94 e dal ‘94 in qua e che cosa si vuol fare con l’altra campagna.

La nostra situazione prima del ‘94, come in tutto il mondo ed a livello nazionale in Messico, è che soffriamo l’ingiustizia: prima del ‘94 avevamo 11 rivendicazioni che voglio leggervi: la terra, la salute, l’educazione, l’alimentazione, la casa, il tetto, la pace, indipendenza, libertà, giustizia e democrazia… Con la lotta dal ‘94 in qua nei forum, negli incontri ed altri lavori politici, abbiamo aggiunto la cultura e la comunicazione e crediamo che queste tredici domande non siano più solo dell’EZLN, crediamo che siano già di tutto il Messico, dei vari lavoratori e gruppi del nostro paese Messico.

Questa è stata la nostra bandiera, è stata la nostra dichiarazione per convincere i compagni e le compagne che non erano basi di appoggio zapatiste. Molti di quei compagni che partecipano ora alla lotta zapatista erano molto priisti perché il PRI era il partito ufficiale che controllava tutto dentro la CNC. Lavorammo molto allora soprattutto per la terra.

Quando incominciammo i nostri primi giorni di lotta, esisteva ancora quell’articolo 27, lasciatoci dal nostro generale Emiliano Zapata: che diceva che tutti gli ejidatari devono avere 20 ettari di terra, che tutti gli ejidi devono poter essere ampliati, con nuovi centri di popolazione… e, quando di brutto Carlos Salinas lo riformò, ammazzò lo spirito della lotta del nostro generale Zapata.

Lì fu quando ci arrabbiammo di più e ci organizzammo di più, affinché quelle terre che stanno nelle mani dei grandi latifondisti ritornassero in mano degli indigeni. Perché la storia che ci raccontano i nostri nonni è che quelle terre di buona qualità erano loro e basta, ma che ne erano stati privati ed erano stati umiliati perché non sapevano difendersi e noi ci stavamo già organizzando.

Prima abbiamo trattato per via legale -con le autorità locali come il commissariato- ed il consiglio andava alla segreteria di riforma agraria per inoltrare i solleciti che avevano richiesto già negli anni dal 1930 al 1940, come ejidatari… Ma abbiamo visto dopo aver fatto tanti giri per questo problema agrario, che le autorità della riforma agraria non ci hanno mai ascoltato, inventavano sempre dei pretesti, delle scuse, e non ci hanno mai risolto nulla.

Ed allora appare un’organizzazione che si chiama EZLN, che si stava organizzando di modo molto clandestino, che nessuno ascoltava, che nessuno poteva informare altri e siamo riusciti ad organizzarci ed abbiamo potuto andare avanti. I giovani che avevano dai 16 in su si misero volontariamente a fare i miliziani, le ragazze pure diventarono miliziane e quei giovani che avevano deciso di dare il loro tempo come regolari, diventarono insurgentes ed in cinque sei anni presero i gradi come ufficiali dentro la lotta zapatista. Così ci siamo strutturati militarmente.

Quando abbiamo sentito che eravamo in grado di fare la lotta, allora abbiamo gridato tutti e ci siamo alzati in armi… Non avevamo armi di alto calibro: vari compagni miliziani sono partiti con bastoni, machete… solo pochi avevano le armi, ma in maggioranza non ne avevamo perché non c’era denaro. Noi uomini favevamo anche dei lavori collettivi e con quello si raggranellava un po’ di soldi per poter comprare quello che ci serviva per la guerra… e, dopo il ‘94 arrivò il sogno, un sogno incredibile perché dalla notte alla mattina riuscimmo conquistare le terre di cui ci avevano spogliati e dopo vedemmo che arrivavano molti compiti perché se siamo già in maggioranza dentro una regione, chi governa?

Se avevamo dato inizio alla guerra, non potevamo assolutamente tornare un’altra volta ai municipi ufficiali, non potevamo rientrare nelle istituzioni essendo ribelli, per cui vennero fuori quei problemi… vedemmo allora che le terre recuperate erano già nelle nostre mani, ed allora si celebra una grande assemblea per dare un padrone a quelle terre, cioè le terre si spartiscono in modo collettivo e nessuno può più avere 10, 20,30 ettari di terra, perché se avessimo fatto così, allora saremmo caduti un’altra volta nello stesso sistema capitalista di ognuno con la sua proprietà ed allora il collettivismo dove finiva? La lotta ribelle sarebbe andata a farsi friggere, se avessimo ragionato con lo stesso pensiero capitalista: quello è stato il grande problema che abbiamo affrontato, quello della terra, ma ci siamo riusciti e simultaneamente ci siamo messi a costruire la nostra autonomia… Perché allora non c’erano consigli come ora, adesso abbiamo già i consigli.

Abbiamo creato una struttura di autogoverno: i consigli e le loro commissioni, dato che le nostre rivendicazioni sono undici, oltre alle due più recenti, che fanno tredici. Allora con le nostre richieste abbiamo visto che il governo non ha mai risolto nulla, perché prima abbiamo parlato col governo, quello di Carlos Salinas… Si dialogò nella cattedrale di San Cristóbal, ci fecero molte promesse, ma non si realizzò niente. Il nostro popolo allora disse di non proseguire più così perché tutto era solo un inganno e noi ubbidimmo…

Poi il 9 febbraio del ‘95, Zedillo ci torna a tradire mandando migliaia di soldati nella regione: arrivavano per aria con elicotteri ed aeroplani, con la repressione, con la pressione militare, ma non abbiamo smesso di lottare… Tutto questo grazie a voi sicuramente, che avete fatto anche quella marcia con la quale avete fermato la guerra l’11 gennaio del ‘94 e le marce che poi ci furono nel ‘95. Noi vedevamo quelle marce, quelle manifestazioni della società civile molto solidale, che ha cuore di lottare, ed abbiamo creduto che dentro la società civile abbiate cuore e spirito per lottare e che avete dimostrato che s’impara ad essere ribelli. E noi, mentre voi stavate manifestando in vari stati ed in vari paesi del mondo, ci siamo messi a costruire la nostra autonomia.

Per noi era incredibile che stessimo eleggendo il nostro governo, il nostro primo governo, senza saper né leggere né scrivere, senza sapere che cos’è un governo, quali sono le iniziative, quali i piani di lavoro… abbiamo dovuto imparare tutto. Così abbiamo eletto la nostra commissione di salute perché era una necessità molto importante -voi l’avete sentito, l’hanno già detto le compagne-: molti bambini morivano, molte madri erano denutrite e le nostre basi di appoggio morivano di malattie curabili già da prima del ‘94. Ma la gente in modo volontario, ha incominciato ad aiutare con un po’ di denaro e col lavoro per costruire la nostra clinica. Il governo ha visto che stavamo costruendo la nostra clinica su iniziativa della lotta zapatista e non c’era ancora autonomia, ed ha tentato di diffamarci, dicendo che nella clinica non si curava niente e che dentro la clinica fabbricavamo armi.

Hanno tentato di farci fuori già prima del ‘94 e, forse grazie alla professionalità o alla benedizione di dio o a quella del diavolo, siamo riusciti ad andare avanti nella nostra lotta. Già allora, nel ‘94, avevamo un pochino di esperienza in quanto a salute, ma poi dal ‘95 in qua abbiamo eletto la nostra commissione di salute e abbiamo man mano imparato a fare piani di lavoro.

Oggi crediamo che la salute stia migliorando, eleggiamo pure la commissione di educazione ed in ogni comunità abbiamo le nostre scuole autonome, quelle che noi chiamiamo scuolette. Nel ‘99 abbiamo creato la nostra scuola secondaria che lavora parallelamente nell’educazione e nella produzione, con la commissione di produzione: il suo compito è vegliare che il villaggio abbia mais e fagioli per la resistenza e dentro la produzione di mais ci sono vari lavori collettivi: collettivo locale e collettivo municipale.

Nel collettivo locale tutto è a del villaggio e nel collettivo municipale appoggiamo una scuola-collegio, che -visto che non ci arriva neanche un centesimo dal governo- è puramente autonoma. è davvero del governo autonomo, è del popolo, del popolo che lavora e contribuisce con la sua forza lavoro per produrre mais per i suoi bambini che stanno studiando nella scuola. Alcuni di questi studenti sono già diventati ora autorità del municipio, dato che ci sono due strutture: la parte militare e la parte civile, che sono i consigli.

Di questi ragazzini che stanno uscendo dalle scuole, alcuni preferiscono diventare promotori di salute, altri promotori di educazione e, dall’altra parte alcuni preferiscono diventare miliziani, insurgenti… perché il lavoro è doppio.

Dal ‘94 in qua e già prima del ‘94, abbiamo un responsabile locale che parla di volta in volta alla nostra gente, affinché non perchè non si allontani, perché se qualche compagno si scoraggia, parliamo con lui, studiamo con lui. Non sappiamo leggere e scrivere ma, con lo sforzo di tutti, stiamo imparando.

Crediamo che in questo modo arrivano la libertà, la giustizia e la democrazia… tutti i piani che fa il nostro governo, deve fare una consultazione con la sua base di appoggio, i consigli devono promuovere le iniziative e c’è chi definisce gli accordi e chi li converte in diritti, ed è la base di appoggio attraverso i suoi rappresentanti locali… non è necessario che si arrivi sempre all’assemblea, alla base di appoggio, ma è in questo modo che stiamo costruendo e camminando.

La giustizia riguarda la gente che non condivide l’organizzazione con noi: gente che appartiene a qualche partito, arriva all’ufficio di commissione di onore e di giustizia, perché la commissione che applica la giustizia non dà multe economiche, ma attraverso il lavoro: che lavoro può fare chi è punito, perché se nel municipio c’è una necessità allora deve pagare in lavoro sia locale che municipale. La gran maggioranza della gente che non è organizzata con noi, arriva il lunedì o il martedì ed i nostri compagni incaricati cominciano il loro lavoro alle otto di mattina ed a volte non finiscono prima delle sei di sera perché c’è una gran coda di gente che viene a chiedere giustizia…

Si lavora solo il lunedì ed il martedì a meno che ci sia un problema molto grande ed allora aprono l’ufficio lo stesso. Le autorità che lavorano lì non ricevono un salario, è un lavoro completamente volontario.

C’è un accordo che abbiamo dentro la zona: che devono servire tre anni, i consigli e le loro commissioni, per quel che riguarda la giustizia. Senza dubbio risolviamo differenti problemi, come voi avrete dei problemi: forse c’è un drogato, o tossicodipendenza, o qualcuno che si ubriaca, uomini che picchiano le loro compagne, dei codardi che picchiano le loro compagne… insomma problemi di questo tipo, sono quelli che risolviamo là, ed è per condividere che vi dico quello che facciamo là.

Non stiamo parlando di questo perché pensiamo che voi dobbiate fare lo stesso, ma questa è la nostra esperienza e se vogliamo fare una cosa qualcosa di grande, incominciamo con il molto piccolo, con una piccolissima cosa e, col tempo, se continuiamo a ribadirla, continuiamo a promuoverla, crescerà... questa è l’esperienza che abbiamo là.

Abbiamo visto che non abbiamo migliorato in tutto ma possiamo già dire che abbiamo avanzato nell’autonomia. Ad esempio quando il governo tenta di privatizzare la luce, noi là, abbiamo una commissione autonoma di luce, che si incarica di fare le installazioni nei nuovi centri di popolazione.

Ci sono anche dei buoni fratelli di altri paesi che ci appoggiano in questi progetti… e la commissione autonoma è quella che s’incarica di fare le installazioni: cavi, trasformatori, di piantare i pali e di dar la luce al villaggio.

Ci hanno accusato, il presidente municipale e la commissione, dicendo che questo è un reato federale ma, dato che come popolo siamo bene organizzati, li facciamo scappare… noi usiamo la comunicazione – voi qui usate il cellulare – e là noi usiamo una radio, che noi chiamiamo ‘la civile’ e con quella ci parliamo.

Se qualche incaricato del governo arriva nella regione, lo seguiamo perché sappiamo in che comunità sta passando, che cosa va a fare e in che comunità sta per arrivare e ci informiamo tutti. Se vuol fare qualcosa di male dentro alla regione, allora agiamo, lo fermiamo -beh, adesso non lo stiamo facendo ormai più, perché dalla creazione della giunta del buon governo, allora deve prima passare di lì a chiedere il permesso se può passare e che cosa può fare con quel permesso… e dato che la giunta del buon governo è un buon governo non può dare permessi se non a patto che sia giustificabile e che sia bene per la regione, perché la giunta del buon governo ha l’obbligo di vegliare e di proteggere i villaggi, così a volte autorizza ed altre volte no, ma sempre per dei buoni motivi.

Bene, ora per quello che riguarda la sesta dichiarazione e l’altra campagna, compagni, il compagno subcomandante Insurgente Marcos, il delegato Zero, ha già fatto il suo lavoro, visitando 31 stati ed il Distretto Federale per ascoltare e far conoscere il problema degli angoli dimenticati del nostro paese, il Messico, affinché fratelli e sorelle di altri paesi e di altri stati ne ascoltassero i problemi.

E il compagno insurgente Marcos ci ha informato del vostro problema, del problema che avete voi qui, in San Pedro, che è un problema di benzina… ne ha parlato a tutte le cinque zone che abbiamo là... per questo sappiamo del vostro problema.

Quindi, dato che è già finita quella prima tappa, adesso viene la seconda… e la seconda tappa ha lo stesso fine di ascoltarvi, ma ora dovete anche parlare, dire i vostri problemi e fare un programma nazionale di lotta e, una volta già inglobata la nostra necessità a livello nazionale, arriveranno altri passi che io non posso predire…

Ma ora, voi non lottate solamente contro quella donna padrona del distributore di benzina e noi chiapanechi non lottiamo solo per la nostra autonomia… se siamo andati avanti da soli noi, è che abbiamo visto che avevamo migliorato con la nostra autonomia, ma se non si avanza a livello nazionale, i nostri miglioramenti sono a rischio… questo è l’accordo che abbiamo fatto noi là, i comandanti e le altre autorità locali e zonali… perché dobbiamo rischiare il progresso che abbiamo avuto, dobbiamo o vivere o morire… e per questo quando è uscita la sesta dichiarazione dalla selva lacandona, abbiamo chiuso tutti i caracol ed abbiamo portato via tutte le cose, i documenti e le carte che tenevamo lì e tutto il popolo è rimasto in all’erta se per caso arrivava la repressione.

Perché allora eravamo disposti, davvero compagni, a morire o a vivere, ma la grande risposta che voi ci avete dato è stata che voi, molti dei compagni, hanno detto che sì, che entravano nell’altra campagna, simpatizzavano, aderivano, si alleavano e questo è stato un progresso molto grande… e noi là, quando c’è un avanzamento nel lavoro, ci informiamo.

Abbiamo un portavoce che è il Subcomandante Insurgente Marcos che ci informa di tutto quello che sta succedendo e bene, crediamo che questa alleanza, queste adesioni che ci sono già, rendano molto più difficile che il nemico ci annienti perché crediamo di esserci già moltiplicati, di essere ormai in molti.

Fino ad ora la nostra globalizzazione è dentro al nostro paese, ma deve venir già un altro problema di globalizzazione… dato che i ricchi si stanno globalizzando, allora verrà pure il tempo per noi di globalizzarci, di noi, dei poveri dei cinque continenti che ci sono nel mondo.

Ma questo è un altro racconto… Per adesso, dobbiamo dar corpo al programma nazionale di lotta, dobbiamo ascoltarci, fare un piano di lavoro e poi verrà il momento di fare l’altra costituzione, una nuova costituzione… non una costituzione che protegga solamente i grandi impresari, come quella che c’è ora, che protegge quelli che hanno denaro mentre noi poveri siamo esclusi, discriminati dalla legge. Noi abbiamo deciso che non accetteremo rattoppi o riforme, che dobbiamo fare qualcosa di nuovo e di diverso, col nostro pensiero e di pensare sempre al collettivo.

Questa è la parola che portiamo con questa delegazione, compagne e compagni, perché questa è la nostra parola.

Molte grazie.

(traduzione del Comitato Chiapas di Torino)

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