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Narco News Issue #42

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Nonostante la brutale repressione, il popolo di Atenco è in piedi e lotterà: La Trini

La persecuzione poliziesca contro almeno 10 famiglie continua, per cui ci obbliga all'esilio interno


di Hermann Bellinghausen
La Jornada

24 novembre 2006

Questo sabato 25 novembre, dopo essere rimasta nascosta per quasi sette mesi, María Antonieta Trinidad Ramírez del Valle, La Trini, ritorna a San Salvador Atenco. “Ad una casa che è mia, anche se è stata tutta distrutta. Ad un paese che è il mio paese. E lo faccio perché voglio vedere i miei figli, América ed Alejandro, voglio vedere fuori dal carcere mio figlio César, mio marito Ignacio, i miei compagni e le mie compagne!

È la moglie del leader del Fronte di Popoli in Difesa della Terra Ignacio del Valle, incarcerato in La Palma di Almoloya, sottoposto a processo per presunto “sequestro aggravato”, che può venir condannato oltre a 50 anni di prigione. È la madre di César del Valle, detenuto in Santiaguito di Almoloya per la stessa causa, è la mamma dell’América e di Alejandro del Valle, latitanti con mandato di cattura pendente.

Durante i giorni agitati che sono seguiti all’occupazione poliziesca di Atenco, il 3 e 4 maggio, le autorità mexiquensi menzionavano, tra i nomi di una lunga lista, quello di Trinidad Ramírez come una fra i perseguiti da mandato di cattura. Ora il suo avvocato difensore Leonel Rivero ha constatato che non figura come presunta colpevole in nessuna delle indagini aperte contro gli atenquensi.

Pertanto, lei ribadisce: “Sì, sto uscendo da questa situazione di clandestinità che è stata come un asilo interno. Perché dobbiamo andarcene da quello che è nostro? perché dobbiamo rinunciare alla nostra famiglia, alle nostre terre, quando sappiamo che abbiamo ragione, che il diritto è dalla nostra parte?

Questo sabato 25 ci sarà atto politico del FPDT in San Salvador Atenco. E lì ci sarà la Trini. “Fin dall’inizio lo avevamo detto ed abbiamo continuato a sostenerlo: siamo innocenti, non siamo dei delinquenti. L’unica cosa che abbiamo fatto è lottare per i nostri diritti e perciò siamo stati repressi. Ora lo dicono pure le organizzazioni dei diritti umani”.

Dov’è stata durante questi sette mesi?

Con il popolo: solo il popolo cosciente, che lotta, quello che sa che cos’è la repressione, può darti asilo.

E com’è?

Non sei libero, semplicemente. Non solo non stando in prigione si perde la libertà.

Che cosa ha saputo di Ignacio del Valle, di América?

Niente. Spero solo e desidero che nella situazione in cui sono stiano bene. Lo stesso per i miei compagni e le mie compagne incarcerati nelle prigioni di La Palma e Santiaguito.

Che cosa troverà ad Atenco?

Nel mio paese è successo qualcosa di meraviglioso, di cui tutti noi ci sentiamo molto orgogliosi. Ci hanno dato un colpo molto forte, ci hanno trascinato fino al fondo, ma non ci hanno piegato. Solo a pensare che quel 5 maggio, in mezzo alle ceneri ed ai vetri rotti, ci sono state compagne che hanno osato parlare al megafono ed andare per tutto il paese chiamando la gente a mobilitarsi, a non arrendersi, a continuare a lottare è qualcosa che… non so, ti dà i brividi. Il paese è rimasto nelle tenebre. Perché il governo è riuscito nel suo obiettivo di seminare il terrore.

Io stessa mi sveglio a mezzanotte col ricordo di quel 4 maggio, quando me ne sono andata; addolorata nel più profondo, inorridita per quello che avevo vissuto e col grido di mio figlio César picchiato selvaggiamente dalla polizia federale. Quello lo porto inciso nella mente. E come me, ognuno ha la sua storia.

Quella gente alla quale, come a me, hanno strappato i suoi figli, oggi dice oggi: ’sì, mi hai già picchiato, ma guarda, mi sto rialzando’. Questo mi riempie di emozione e di orgoglio. A poco a poco stiamo liberando dalla paura.

Il FPDT si è riorganizzato?

Sì, come nel 2001, quando uscì il decreto che cancellava il progetto dell’aeroporto. Che cosa ci aveva convocato? L’ingiustizia. Tutti abbiamo alzato la stessa voce. In quel momento, un compagno, José Spinosa, aveva detto in quei giorni e così l’avevano registrato: se è necessario, con la mia vita difenderò la mia terra. E diede la sua vita. Morì nel 2002 per i colpi ricevuti dalla repressione.

Ed ora?

Ora l’obiettivo principale è la libertà di quelli che sono incarcerati.

Si può?

Il colpo che hanno dato al Fronte dei Popoli è stato molto duro, ma a sette mesi possiamo dire, con molto orgoglio, che siamo in piedi. Non andiamo tutti allo stesso passo. Perché è molto difficile dopo essere stati repressi in modo così brutale. Ma abbiamo i nostri motivi.

Solo al pensare al 3 maggio, a quelle notizie che ci arrivavano che ad Alexis Benhumea avevano aperto la testa, che lo lasciavano morire senza cure, di come hanno picchiato gli altri, sono ricordi che feriscono, ma che ti fanno stare in piedi, perché non puoi ripiegarti nel tuo dolore quando c’è molto da fare.

Bisogna dire che non stanno solo perseguitando la famiglia Del Valle Ramírez. Perseguitano e segnalano tutti, i miei fratelli, i miei cognati. Tutti i miei parenti sono controllati, dalla polizia in uniforme e no, in Atenco. Vigilano l’intero paese. Ed Atenco non vuole continuare così, vuole essere libero.

Calcolo che come la nostra sono circa 10 le famiglie che sono state forzate a questo esilio interno.

E lei è sicura che non la arresteranno?

L’avvocato dice di no. Ed io confido. Ma se il governo cercasse di arrestarmi senza mandato di cattura, di che mi vuole accusare? Se lo fa, allora sarà evidente un’altra violazione in più della legalità da parte del governo. Ma io voglio uscire. Perché amo i miei figli, mio marito, i miei compagni e le mie compagne, il mio popolo. Il mio paese degno.

(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

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