<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #42

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Parole della Commissione Sesta nel 23° anniversario dell'EZLN

“No al culto della morte, altrui o propria, ma lotta per la vita”


di Subcomandante Marcos
L'altro Monterrey

24 novembre 2006

Vorrei cominciare il nostro intervento in questa discussione allargata in cui ci accompagna il Partito dei Comunisti, l’Unità Operaia e Socialista ed il Fronte Popolare Francisco Villa Indipendente-UNOPII, mandando il mio saluto ed augurio alle insurgentas ed insurgentes dell’EZLN, ai nostri miliziani e miliziane, alle basi d’appoggio zapatiste, ed alle nostre e nostri comandanti della direzione dell’EZLN, il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale.

Quelle e quelli che compiono gli anni in questo giorno sulle montagne del sudest messicano stanno, come noi, festeggiano come festeggiamo noi zapatisti, ovvero, lavorando. Nelle nostre posizioni di montagna, nei villaggi e nelle comunità, nei caracoles, nelle giunte di buon governo e nei municipi autonomi ribelli zapatisti, il festeggiato celebra in attesa, con l’udito e lo sguardo attento a ciò che dice e mostra colui che in basso soffre, lotta, si ribella.

Con la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, gli zapatisti hanno lanciato alcune domande che hanno percorso, da allora, il Messico del basso: chi sei? dove stai? come vedi il nostro paese ed il mondo? che cosa farai e come lo farai?

Nel lungo quaderno del nostro cuore bruno, si vanno accumulando risposte di tutti i colori e di tutte le lingue che si parlano in basso.

Lo sguardo collettivo che siamo, cancella le pagine che riportano la parola di chi è in alto o vuole arrivarci, quella di colui che aspira e sospira una poltona, quella di chi pensa che dall’alto e grazie all’alto arrivino soluzioni, rimedi, miracoli, quella di chi ci dava l’elemosina mentre diceva di essere solidale ed ora presenta il conto esigendo appoggi agli illusionisti di colore giallo, quella di chi ci ha ritenuto una moda passeggera o ci considera una moda passata, quella di chi aspetta un leader che comanda e guidi, quella di chi chiede che lo seguano ed obbediscano.

A poco a poco nel quaderno di appunti dei nostri passi, restano solo coloro che vogliamo chiamare “compagno” e “compagna”, disposti mettere la vita d in queste parole… e la morte se è necessario.

L’EZLN compie 23 anni e, presto, saranno 13 gli anni del calendario a partire da quel primo gennaio 1994.

Vai a sapere perché o percome, ma il caso vuole che l’EZLN sia diventato molto altro.

Forse per lo strano miscuglio di nord, centro e sud del Messico che ha animato i suoi primi passi.

O forse per l’immensamente maggioritario sangue indigeno dei suoi dirigenti, soldati e saldatesse, basi d’appoggio ed autorità autonome.

O forse per il lungo e complicato ponte che unisce, nonostante gli anni, la distanza, le sofferenze, le scomparse e le morti, questa casa, oggi sede della “Casa Museo del Dottor Margil A.C.”, alle montagne del sudest messicano.

O forse per il combinarsi di tutte queste cose che furono e sono l’amalgama che dà identità, radici storiche, aspirazione e modo alle zapatiste, agli zapatisti.

I modi ed i “non modi” dell’EZLN hanno sconcertato vicini e lontani del cosiddetto neo zapatismo. E quando qualcuno azzarda una definizione o una certezza, zac! noi, zapatiste e zapatisti ce ne usciamo con qualcuna delle nostre.

Avete visto che rompicapo facciamo di calendari e geografie. E poi risulta che le storie e le mappe non si capiscono se si sistemano guardando verso l’alto, sono giuste solo se si guarda verso il basso e ci si mette a capofitto.

Un esempio: uno degli ufficiali insurgentes dell’EZLN sostiene fermamente che, invece di fare gli auguri ai festeggiati e festeggiate nel giorno del loro compleanno, bisognerebbe farli alla madre o al padre, o ad entrambi.

Oggi il festeggiato è l’EZLN.

Cosicché voglio dar luce e tepore alle mie parole in questo luogo che ha visto crescere César Germán Yáñez Muñoz, nominando e celebrando Doña Beatriz Muñoz García, originaria di Nueva Rosita, Coahuila, ed il Dottor Margil Yáñez Martínez, originario del municipio Lamadrid, Coahuila, i suoi genitori.

Il sangue degno che César Germán ed i suoi fratelli e sorelle portano nelle vene viene da questa donna, doña Rosita la chiamavamo, e da quest’uomo che chiamavamo “don Romeo”.

E non parlo né celebro il dolore di non averli qui con noi. Nemmeno ciò che loro hanno sofferto per tanti anni, cercando la risposta alla domanda su che cosa fosse successo al terzo dei loro figli.

No, ma in cambio cito e celebro i semi che gettarono, curarono ed orientarono affinché fossero quello che furono e siano quello che sono.

Dunque qui c’è un altro esempio del modo molto altro degli zapatisti, perché don Romeo, il dottor Margil, solo affacciandosi al mondo ha complicato i calendari. Ed al dottore è capitato lo scherzo di nascere un 29 febbraio, facendo un casino per il compleanno.

Ma non solo, perché risulta che don Romeo, previo accordo di doña Rosita ed avendo stretto il reciproco patto tra chi si ama, si erano dati alla bella impresa di nascere ribelli.

Uno dei nati da quel degno sangue, quando don Romeo aveva il suo scherzo solo nel calendario, a poco più di 7 anni, fu chiamato “César Germán” e dichiarato il suo compleanno ogni 23 ottobre fino all’anno 1974, quando fu fatto sparire dal governo federale messicano guidato da un criminale chiamato Luis Echeverría Álvarez.

Alla ribellione contro il calendario, César Germán sommò la ribellione contro la morte. Il neonato aveva ricevuto la sentenza di morte non appena vide la luce: pesava appena un chilo. Pensavano che sarebbe durato solo poche ore, ma César Germán strappò la sua vita da queste terre regiomontane e continuò un anno, due, tre, quattro, e dipinse caracolitos sui calendari fino a che la notte del 6 agosto 1969 lo trovò, dopo aver già strappato 26 anni alla morte, a fondare insieme ad altri messicani un progetto di vita, di libertà, di giustizia e di democrazia per quel paese che già soffriva ed ancora soffre che si chiama Messico, uno dei progetti più belli, nobili ed onesti che ha conosciuto l’umanità: il progetto di prepararsi per imparare, per obbedire, per svegliare.

Oggi il festeggiato è l’EZLN.

Ma a nostro modo bisogna festeggiare chi ci ha generati.

Per questo oggi, nel nostro 23° anniversario, voglio nominare e celebrare chi, in queste terre del nord, formò e si prese cura dell’organizzazione madre di quello che oggi è conosciuto pubblicamente come l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

A Monterrey, Nuevo Léon, più di 37 anni fa, un piccolo gruppo di persone creò quelle che chiamarono Forze di Liberazione Nazionale. Dalla sua origine le dotarono di un’etica di lotta che poi avremmo ereditato noi che siamo parte dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Le sue risorse non furono né sequestri né assalti. Invece, sostennero la loro economia e la loro portata col lavoro politico tra la popolazione sfruttata, usurpata, disprezzata, soffocata.

Né azioni spettacolari, né colpi di mano segnarono il loro cammino. Invece, alimentarono quello che definivano “accumulazione di forze in silenzio“, aspettando il momento in cui il popolo, il nostro popolo, avrebbe richiesto dei modesti sforzi di un’organizzazione contrassegnata dalla frase del generale insurgente Vicente Guerrero: “vivere per la patria o morire per la libertà“.

Non fermarsi dove avevano appoggi, conoscenze, abitudini di vita, lavoro e lotta, ma attraversare il paese ed andare fino all’ultimo angolo della nostra Patria: le montagne del sudest messicano.

Non ingannare, ma parlare con verità di strade e difficoltà.

Non il culto della morte, altrui o propria, ma la lotta per la vita, ma per una vita migliore per chi conosce solo la dura sopravvivenza di chi non ha niente.

Non ricalcare manuali ed importare teorie, analisi ed esperienze straniere e strane, ma arricchire le scienze e le arti della lotta con la storia del Messico e l’analisi della nostra realtà concreta.

Non imporre, né con armi né con argomenti, la propria idea, ma ascoltare, imparare, convincere, crescere.

Non seguire il calendario dell’alto, ma costruire il calendario del basso.

Non farsi imporre congiunture altrui, ma lavorare per avere la possibilità di creare le proprie, in basse e a sinistra.

L’etica del guerriero che si forgiava in una casa della città di Monterrey, Nuevo Léon, Messico, si sarebbe incontrata anni dopo con l’etica dei guerrieri di radice maya nelle montagne del Chiapas.

Da quella miscela sarebbe nato non solo l’EZLN, ma anche la parola come arma, scudo e spada dei più dimenticati della Patria: i popoli indios zapatisti.

Già prima ho detto che noi zapatisti siamo molto altri. In questo essere altri crediamo che ogni tanto la terra partorisce una generazione di uomini e donne ai quali assegna un determinato compito. Una missione speciale, diciamo noi militari.

Gli uomini e le donne che negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 lasciarono tutto per avere niente, sono le nostre madri ed i nostri padri. Chiamiamo “la generazione della dignità“, quella generazione che ebbe come proposito il farci nascere e di lasciarci in eredità il meglio della loro storia personale e collettiva, per formare non maestri, né dirigenti, né comandi, ma apprendisti disposti ad imparare da coloro che in basso sono ciò che sono: indigeni, contadini, operai, impiegati, anziani, donne, giovani, bambini e bambine.

Se ora non sono con noi per questo compleanno, non è perché non l’abbiano previsto. La loro assenza è sempre stata una probabilità elevata sul cammino che avevano scelto, perché noi lo percorressimo e, a questo punto del cammino, continuiamo a constatare che gli stivali di queste donne ed uomini continuano a starci grandi, e forse questo serve a spiegare le nostro andare goffo, il nostro inciampare.

Questa generazione della dignità ha avuto alcuni dei suoi punti più luminosi nei:

Il compagno César Germán Yáñez Muñoz (Pedro o Manuel), originario di Monterrey, Nuevo León. Desaparecido politico dal 1974.

Il compagno Alfredo Zárate Mota (Salvador), originario di Veracruz. Caduto nel compimento del dovere nel 1974.

Il compagno Mario Sánchez Acosta (Manolo), originario di Veracruz. Caduto nel compimento del dovere nel 1974.

Il compagno Mario Alberto Sáenz Garza (Alfredo), originario di Monterrey, Nuevo León. Caduto nel compimento del dovere nel 1977.

Il compagno Raúl Pérez Gasque (Alfonso), originario di Yucatán. Desaparecido politico dal 1974.

Il compagno Ricardo, originario di Tamaulipas. Caduto nel compimento del dovere nel 1974.

Il compagno Gonzalo, originario di Coahuila. Caduto nel compimento del dovere nel 1975.

Il compagno Juan Guichards Guts (Héctor), originario del Chiapas. Desaparecido politico dal 1974.

Il compagno Federico Zurita Carballo (Tomás), originario di Tabasco. Desaparecido politico dal 1974.

La compagna Elisa Irina Sáenz Garza (Murcia), originaria di Monterrey, Nuevo León. Desaparecida politica dal 1974.

La compagna Carmen Ponce Custodio (Sol), originaria del Chiapas. Caduta nel compimento del dovere nel 1974.

La compagna Dení Prieto Stock (María Luisa), originaria di New York, EU. Figlia di padre messicano e madre nordamericana, Dení Prieto Stock è messicana per elezione. Caduta nel compimento del dovere nel 1974.

Anselmo Ríos Ríos (Gabriel), originario di México, D.F. Caduto nel compimento del dovere nel 1974.

Il compagno professor Fidelino Velásquez, originario del Chiapas. Desaparecido politico dal 1974.

La compagna Julieta Glockner Rosains (Aurora), originaria di Puebla. Caduta nel compimento del dovere nel 1975.

La compagna Ruth, originaria di Campeche. Caduta nel compimento del dovere nel 1982.

Il compagno Mario Marcos, originario di Monterrey, Nuevo León. Caduto nel compimento del dovere nel 1982, e dal quale io prendo il suo nome.

Fu così grande la luce di questa generazione che il suo splendore arrivò fino alle montagne del sudest messicano e fu seme di quello che oggi si conosce, in Messico e nel mondo, come Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Nell’ombra della lotta clandestina nel Messico degli anni ‘60 e ‘70, forgiarono un’etica che fu anche il loro metodo di fare e farsi.

Con questa etica è stato fondato, 23 anni fa, l’EZLN in Chiapas, Messico. In questa etica è cresciuto e con questa etica è uscito alla luce il primo gennaio 1994.

Ci sono uomini e donne che decidono di non avere niente, di non possedere beni materiali. Se domandiamo che cosa lasciano in eredità queste donne ed uomini ad altri, ad altre e normalmente si risponde che lasciano il loro esempio.

Chi è parte della nostra radice come zapatisti non solo ci ha lasciato il suo esempio, ma anche un compito, una missione.

PARENTESI: QUELLO CHE ELÍAS CONTRERAS, COMMISSIONE DI INVESTIGAZIONE DELL’EZLN, RACCONTÒ ALLA MAGDALENA SULL’ORIGINE DELL’EZLN, UNA MATTINA QUALSIASI DEL CALENDARIO DEL BASSO.

Senti Magdalena. Raccontano i nostri più antichi saggi nelle comunità indigene zapatiste, che ogni tanto accadono cose strane in cielo e sulla terra.

Come se i primi dei, quelli che crearono dall’inizio il mondo, avessero lasciato delle cose in sospeso, meraviglie dimenticate non sistemate correttamente ma lasciate lì, in un angolo, fino a che un vento le scoprisse.

Cioè, come dicono i nostri vecchi capi, quegli dei furono molto distratti, come se non fossero concentrati sul lavoro che come dei dovevano svolgere, ma li avessero fatti così alla rinfusa, senza attenzione.

E dicono i più vecchi dei nostri comandanti, che il mondo è pieno di grandi meraviglie, luci nascoste nell’ombra, misteri terribili e tesori inestimabili.

E quando ricordano questo, borbottano molto le nostre guide che guardano lontano. Brontolano perché dicono che quegli dei non si distraggono nel loro lavoro, perché il mondo sarebbe davvero a posto, con fiumi, valli, mari e montagne, e gli uomini e le donne uguali, cioè senza nessun prepotente, senza nessuno sopra agli altri.

E quindi, dicono, non saremmo qui a combattere per la terra, casa, lavoro, pane, salute, educazione, informazione, cultura, indipendenza, democrazia, giustizia, libertà e pace.

E noi zapatisti e le zapatiste staremmo in pace, a seminare mais e le bambine e bambini nel ventre della terra e della notte… o del giorno, ognuno alla pari, insieme agli altri.

Cioè, il mondo non è venuto giusto, ma c’è tutto il necessario per mettere le cose a posto, dicono. È questione di cercarlo bene e trovarlo e sistemarlo ed allora sì, l’allegria, il ballo, il canto, il colore, il piacere.

Bene, dunque questo meravigliosamente altro, è nascosto e non si vede, non si sente, non si ode e risulta che uno o una, secondo il caso o la cosa, va avanti e non se ne accorge e perfino crede che il mondo sia così e che non si può cambiare, che non si può farlo diverso, cioè... che è a posto.

Ma ogni tanto arriva uno come il vento, ma non è vento. è solo un’arietta che chissà da dove viene, non si sa, e come se lo creasse la nagüa dalla terra vengono fuori alcuni uomini e donne che sembrano essere come tutti gli uomini e le donne ma invece no, anche se sì, un poco.

Cioè, da fuori sono come gli altri uomini e le altre donne, ed anche dentro. Hanno budella come le abbiamo tutti, e tutte.

Ma allora risulta che nelle menti di questi uomini e donne entra un altro pensiero. Non sappiamo se ce l’avevano già, va a sapere da dove hanno preso questo pensiero molto altro.

Ma allora risulta che queste donne e questi uomini si assumono un lavoro speciale, come dice il Sup “una missione speciale”, cioè come me che ho questa missione speciale che mi hanno dato i comandi zapatisti, di cercare il Malvagio ed il cattivo per dargli un posto quieto, o quieta, secondo.

Ma qui sta il problema, perché a questi uomini e donne di cui ti racconto, i loro comandi non hanno dato l’incarico, perché chissà se hanno comandi o capi, o cape, come noi zapatisti. No.

Ma risulta che queste donne e uomini, si danno il compito da soli, la loro missione speciale e si convincono che la devono compiere e sempre, giorno e notte, rimuginano sulla missione speciale di qua e la missione speciale di là ed a volte perfino cadono male (...) perché sono ostinati.

E così nascono e così muoiono questi uomini e donne che lottano per compiere la loro missione speciale.

Una volta ho chiesto ad un signore di una certa età, quando io non avevo ancora molti anni, cioè lui era grande già da tempo, mentre io avevo solo pochi anni, non tanto pochi ma nemmeno molti.

E allora io domandai a questo vecchio che cosa fosse questo compito speciale, questa missione speciale… io non sapevo che si diceva “missione speciale”, per questo dico compito speciale, che è differente, cioè diverso.

Allora io gli dico: “Senta Don Antonio”, perché così si chiamava il vecchio, si chiamava Antonio. E si dice “si chiamava” perché ormai è morto, perché quando uno non è morto si dice “si chiama” e questo l’ho imparato non ricordo più dove ma sono i tempi dei verbi a seconda se prima o dopo o adesso, e così si dice la coniugazione dei verbi cioè delle parole che camminano, credo, bene, credo che studiai che è tempo passato e adesso bisogna aspettare il tempo futuro per vedere se si districa.

Insomma, dico a questo signore: “Senta Don Antonio, qual è questo compito speciale che si sono dati quegli uomini e quelle donne che sono molto altri, o altre, a seconda?”.

Ed allora il defunto Don Antonio, quando ancora non era defunto, non mi rispose subito, ma ci mise un po’ perché si stava arrotolando una sigaretta con la foglia di mais.

Ed io resto lì ad aspettare e vedere a che ora mi risponderà quel Don Antonio. E lì si accese la sua sigaretta con un tizzone ardente e poi mi guarda e non dice niente ma sta lì solo a guardarmi.

Allora io, pensando che avesse dimenticato quello che gli avevo chiesto, gliel’ho detto un’altra volta:

“Senta Don Antonio, qual è il compito speciale di quelle donne e quegli uomini?”.

E lui mi ha detto soltanto:

“Svegliare”.

Io non capii subito, ma poi l’ho capito. Perché risulta, Magdalena, che questa è la missione speciale di noi zapatisti: Svegliare…

Bene. Saluti e, certo, li abbiamo compiuti molto felici perché non siamo soli, e sole, a seconda.

Da Nuevo León, l’altro nord del Messico
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Novembre 2006

P.S. – IL COMPLEANNO SECONDO OMBRA - Alba e novembre. Un po’ freddo, sì, ma anche un tiepido alito in forma di assente nuvola. Ombra guarda le sue mani e no. Guarda quello che non ha. L’assenza di una luce, i brandelli di una pelle fatta di lunghi sospiri, gemiti sommessi, parole senza lingua di riferimento. Un nome che non esce dalle sue labbra perché solo nell’orecchio di lei dovrà risuonare. Gli è rimasta nello sguardo, nelle mani vuote di ombra. È Novembre ed è l’alba dove Ombra conta i calendari del basso. “E quelli che mancano”, pensa mentre alza il bicchiere della notte e, ombra nelle ombre, brinda mormorando: “Che vivano sempre i morti che muoiono per vivere”. Mentre indossa gli stivali, mormora “Mmh, continuano a starmi grandi…”

(traduzione del Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

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