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Narco News Issue #42

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Oaxaca, solitudine in fiamme

Il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) non vuole né può mobilitare in difesa di Oaxaca


di Adolfo Gilly
La Jornada

30 ottobre 2006

L’insieme delle organizzazioni politiche e sindacali istituzionali, a dispetto delle loro differenze, nel momento della prova stanno lasciando Oaxaca nella solitudine. Niente delle grandi manifestazioni che si fecero per fermare la guerra contro lo zapatismo nel 1994, nemmeno di quelle realizzate contro il massacro di Acteal. La routine elettorale, cioè, la logica delle istituzioni esistenti, anche sia per vituperarle a parole dal di fuori, li ha vinti tutti. Ci sono dichiarazioni, anche proteste, ma di mobilitare forze come hanno fatto pochissimo tempo fa nella disputa elettorale, niente.

Il PRD è assorbito dalla disputa parlamentare. Nel Congresso ha chiesto cancellazione di poteri e processo politico. Se non si è riusciti, va bene, salviamo il nostro onore ed andiamo avanti. I governatori eletti dal PRD, tutti, compreso quello del Distretto Federale, hanno firmato nella Conago insieme a Ulises Ruiz. La CND, motivo di tante illusioni ed abbagli, ha dimostrato la sua inesistenza a tutti gli effetti pratici, salvo la raccolta di voti e la disputa per questi.

Il vecchio patto tra il PAN ed il PRI, mobilitato ora in difesa di Ulises Ruiz e contro il popolo oaxaqueño, conta già 15 morti a Oaxaca per sostenere un governatore ripudiato ed opporsi ad un movimento sociale legittimo del popolo oaxaqueño. Ora hanno portato la PFP ed elementi militari mascherati da PFP, una dimostrazione in più della loro impotenza e discredito per raggiungere soluzioni politiche, come usavano ottenerle in passato.

Il patto PRI-PAN non è una novità. Viene dalla fondazione dal PAN nel 1939, come erede legale del sinarquismo e voce politica della gerarchia ecclesiastica e dei conservatori messicani. Non ha mai cessato di funzionare nei momenti cruciali: nella repressione dello sciopero dei ferrovieri nel 1959, del movimento studentesco popolare del 1968, nella guerra sporca degli anni ‘70, la ristrutturazione neoliberale del 1982, la frode del 1988 (con la sua sequela di centinaia di morti del PRD ed altri, perché la resistenza allora non fu un gioco), l’incendio dei verbali nel 1991, la liquidazione degli articoli 27 e 130 della Costituzione, la firma del TLCAN, la repressione in Chiapas del 1994, la rottura degli accordi di San Andrés ed il voto contro la legge Cocopa, il Fobaproa, il patto dei buffoni dove 360 deputati di entrambi i partiti votarono uniti l’impossibile esautoramento di López Obrador, il rifiuto di verificare il risultato elettorale del 2006 con un nuovo conteggio dei voti. La lista è interminabile e non riporta importanti lacune.

Oggi il PRD con le sue due maschere, quella istituzionale chiamato Fronte Ampio Progressista e quella paraistituzionale chiamata Convenzione Nazionale Democratica, non vuole né può mobilitare, in difesa di Oaxaca e contro la repressione del governo federale, le forze popolari che solo a settembre riunì nello Zócalo contro la frode elettorale. Per fortuna La Jornada ed altri media (uno di questi, Indymedia, ha già pagato con la vita di uno dei suoi reporter), cos’ come molti voci individuali, mantengono l’informazione, la protesta e l’indignazione (ciao Blanche, sempre sul posto!). Ma il loro compito non è, non può essere, organizzare la mobilitazione. Questo tocca a quelli che a luglio hanno avuto 15 milioni di voti e dispongono, come allora si vide, dell’apparato adeguato. Ma da questa parte, niente. Con Oaxaca ripetono la stessa cosa fatta con la repressione di Atenco, che annunciava già quali sarebbero stati i metodi d’ora in poi.

La lettera di Andrés Manuel López Obrador, pubblicata domenica 29 ottobre ne La Jornada, non è accettabile. Si limita a denunciare l’azione poliziesca, il patto tra il PAN ed il PRI ed il governo “sinistro e repressore” di Ulises Ruiz. Dichiara che le dimissioni di quest’ultimo è l’unica soluzione possibile e ricorda che nelle elezioni del luglio scorso la maggioranza degli oaxaqueños votò per la sua candidatura. È tutto.

Il seguito di queste constatazioni si può supporre che sarebbe chiamare ad una grande mobilitazione nel Distretto Federale ed in altri posti della Repubblica in difesa del movimento oaxaqueño, contro gli omicidi dei paramilitari di Ulises Ruiz e contro la repressione del governo federale. Una chiamata così, venendo di chi ha avuto 15 milioni di voti, riempirebbe lo Zócalo ed altre numerose piazze della Repubblica. Una mera denuncia tardiva e nient’altro, così com’è il contenuto di quella lettera, non serve a niente.

Mentre scrivo queste righe, Oaxaca è occupata dalle forze federali che il governo del PAN ha scatenato in difesa di un governatore assassino del PRI. Oggi ci sono altri due morti. Non chiedo ai dirigenti della CND di mobilitare le loro forze nelle piazze e sui luoghi di lavoro e studio della Repubblica, primo perché non lo faranno, secondo perché neanche dispongono di esse. Non lo chiedo nemmeno al capo dell’opposizione, Andrés Manuel López Obrador, perché la sua lettera dice che non ha neppure l’intenzione di farlo.

Di fronte all’indignazione ed allo sbalordimento del popolo messicano che contempla attonito, ancora una volta, come le forze repressive del governo federale attaccano un movimento popolare di massa e legittimo e cercano di rinchiuderlo e spingerlo agli estremi ed agli eccessi; e davanti alla protesta, le denunce e le mobilitazioni di organizzazioni popolari, dei diritti umani e di altre che attualmente non dispongono di forze maggiori, il silenzio e la passività delle grandi organizzazioni lascia Oaxaca aggrappata alle proprie forze, al suo coraggio, alla sua capacità di manovra ed alla sua stessa ed antica struttura organizzativa.

Come nel verso indimenticabile del poeta di Morte senza fine, Oaxaca è oggi la “solitudine in fiamme”. Il paese-popolo di Oaxaca potrà uscire da questa prova colpito, ma probabilmente più organizzato. I collettori di voti, da parte loro, avranno l’occasione di ricordare altri versi: “ Siamo mulattieri che sulla strada andiamo / ed ognuno avrà quel che si merita“.

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