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Narco News Issue #42

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Don Pascual Nieto: "Se potessi andrei a cavallo e con la mia carrozzina con Marcos"

Un incontro con Don Pascual Nieto, figlio del colonnello Pascual Nieto Rodríguez dell'Esercito Liberatore del Sud


di Juan Trujillo
L'Altro Giornalismo con l'Altra Campagna a Città del Messico

16 ottobre 2006

Reportage speciale
in memoria di
José María Domínguez, Pepe,
professore impegnato
nelle cause accademiche e sociali

San Gregorio Atlapulco, Xochimilco, Città del Messico, 8 ottobre 2006. Il soggiorno è una cucina che si estende fino alla sala dove riceve amici, familiari ed ejidatari compagni di lotta. Le pareti della casa rallegrano lo sguardo con le fotografie del “generale Zapata”, del “comandante Che Guevara” e con quella che non poteva mancare, la più preziosa per Don Pascual: la foto bianco e nero di suo padre, il colonnello di cavalleria Pascual Nieto Rodríguez col generale Emiliano Zapata. La vecchia immagine, tesoro di famiglia, porta il luogo e la data: Anenecuilco, 12 giugno 1911.

Il colonnello Nieto, morto nel 1980, conobbe molto bene Zapata, come racconta Don Pascual, che nell’entusiasmo di rammentare la storia e le avventure di suo padre, non tarderà a confondersi nel decidere da dove incominciare e su come continuare.

Il pomeriggio sta finendo in questo angolo del villaggio, dove si sono appena ascoltati tre comandanti dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), che hanno visitato queste terre di lotta ancestrale. La stanchezza non sembra toccare né la coscienza né il cuore di Don Pascual, anche se dalle 11 della mattina ha partecipato alla “assemblea informativa” dei delegati della Commissione Sesta dell’EZLN per il “caso Atenco” (le comandanti Grabiela e Miriam ed il comandante Zebedeo) nella piazza principale. Ora, vuole parlare della sua vita e di suo padre, famoso colonnello di cavalleria dell’Esercito Liberatore del Sud durante la Rivoluzione del 1910.


Pascual Nieto coi comandanti in Xochimilco
Foto: D.R 2006 Joel Martínez González
Don Pascual è ingegnere meccanico-elettricista e leader dell’Alianza Zapatista “Plan di Ayala”. Si veste in modo formale: camicia bianca e pantaloni blu, e racconta come invitarono suo padre a partecipare alla lotta zapatista. Narra che arrivando da Anenecuilco in Morelos, Zapata avrebbe chiesto a Nieto Rodríguez che si portasse dietro più gente per appoggiare la lotta armata. In questo primo momento della chiacchierata, è interessante il modo sottile ed aneddotico con cui narra il passato. Le avventure sono piene di sfumature e di dialoghi e c’è la nostalgia delle battaglie con Timoteo Sánches, Eberardo González ed altri.

“Luogo dell’acqua… luogo di crisi d’acqua”

Nel 1938, col Generale Lázaro Cárdenas, Don Pascual ricorda con orgoglio che ci fu una distribuzione di ejidos (territori con personalità giuridica prevista nell’articolo 27 costituzionale poi modificato nel 1991) e di circa 864 appezzamenti per mano di suo padre. Ma oggi le cose sono differenti: con le lacrime agli occhi, afferma che stanno espropriando l’ejido ai suoi padroni contadini, grazie all’inganno.

“Li hanno ingannati, hanno detto loro che li avrebbero pagati e hanno fatto firmare alcune persone: ecco qui alcuni milioni di pesos e poco dopo è arrivata la svalutazione… – Pascual si riferisce alla crisi economica del 1994 – ed hanno chiesto loro le carte”.

Così, la chiacchierata intreccia il presente col passato. Su quest’ultimo, Pascual spolvera la memoria di un avvenimento tra lui e suo padre: quando il colonnello depose la sua arma gli disse: “Ti lascio la pistola che è la tua matita per lottare, con le leggi… non più con le pallottole, ma col dialogo, con la parola…”. Durante lo sforzo di memoria, Don Pascual lascia scorrere le lacrime e risponde affermativamente alla domanda se quella è stata la missione che gli ha affidato suo padre.

Con notevole confusione sentimentale, che si riflette nell’espressione del viso, il veterano ritorna al tema ed ai problemi in Xochimilco. Stamattina, Pascual ha parlato in quello stesso atto nel quale il comandante Zebedeo ha parlato a nome dell’EZLN. All’inizio del suo discorso, ha salutato il suo paese, Atlapulco, che significa “Luogo dell’acqua”, che poi ha ridefinito: “luogo in crisi d’acqua”.

Pascual afferma, non senza riprendere quanto segnalato da Zebedeo, che uno dei principali problemi nella regione è l’acqua. “Ora è molto inquinata, mentre prima si poteva seminare mais, fagioli e nella chinampa [specie di isolotti galleggianti coltivati ad orto] veniva su di tutto. Ma adesso non si può più, non ci sono più orti, la macchia urbana se li è mangiati”.

La chinampa che nonostante tutto continua ad esistere, è la porzione di terra fertile che galleggia sull’acqua dolce dei canali dei laghi di questa zona lacustre, e sulla quale si sviluppa l’agricoltura dall’epoca precolombiana. “Ci hanno buttato dell’acqua inquinata e ci stanno già dando molto fastidio. Fra l’altro, ci hanno buttato anche le famose carpe… che ammazzano le specie che vivono qui, gli ajolotes [specie di anfibio lungo sui 30 cm] … e prima era con questi che viveva il paese. Per le feste andavano sempre a pescare… e facevano il famoso mizimol [stufato tradizionale]”.

Per Pascual “una volta l’ambiente era più sano e le case non arrivavano fin qua. Prima seminavamo nella chinampería di tutto… e c’erano le pannocchie da mangiare. Ora non c’è più chinampas, è mangiata dalla macchia urbana”.

La ripresa della lotta per la terra

“Che bello che c’è l’Altra Campagna”, sostiene Don Pascual quando io gli domando se può riprendere la lotta in Xochimilco. “Sì, perché non se ne vadano via i fratelli di qui che vanno negli Stati Uniti, i poveri che vanno a soffrire là... che non ritornano più. E che bello che c’è l’Altra campagna, per appoggiare tutti… naturalmente anch’io sto appoggiando tutto questo”, arguisce.

I sentimenti e gli sguardi di Don Pascual tracciano un percorso della situazione del suo popolo e delle sue lotte per la terra. Le iniziative dell’EZLN (la Commissione Sesta per il caso Atenco ed il percorso per il nord del paese del Subcomandante Marcos) entusiasmano questo veterano: “Se potessi camminare bene, sto sperando, mi sto curando… se riuscissi a camminare, andrei subito con Marcos, di sicuro”. Ma ora “non posso camminare ma se mi pagano un cavallo, vado via… potrei andare con Marcos, a cavallo. Però, so anche guidare… la mia carrozzina” (risate).

Alla domanda su come realizzare la lotta, Pascual spiega che deve essere una “lotta pacifica rivoluzionaria… bisogna farla, bisogna convincere la gente, non più con le pallottole… siamo civili adesso. Anche mio padre me lo disse, nel caso che esaurissimo tutte le risorse, allora il più forte è quello che vince”.

Don Pascual mi ricorda lo sfruttamento e la spoliazione del governo e di molte imprese nei riguardi del contadino in Messico, per questo: “La situazione è molto grave, molta gente ha grandi necessità, stanno fregando in Chiapas, a Oaxaca, a La Parota, ad Atenco… per questo sto nell’Altra Campagna. E come li hanno ingannati ad Atenco? – riflette – con un aeroporto, prima con una strada, dopo con le comunicazioni… li hanno fregati”. L’importanza della lotta, sottolinea, è perché “io sto difendendo la mia terra, perché questa terra io la voglio per coltivarla ed è un patrimonio che rimane qui per i miei figli e per la gente”.

Atenco e Xochimilco: “... tutti abbiamo diritto alla vita…”

Nella mattinata, i tre comandanti del Comitato Clandestino Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che formano la Commissione Sesta “per il caso Atenco” sono arrivati a questo piccolo villaggio di laghi e canali del sudest della capitale messicana.

Finalmente la presenza del gruppo ribelle è arrivata in queste terre, dato che è stata la repressione poliziesca ad Atenco il 3 e 4 maggio quella che ha impedito che il subcomandante Marcos (“delegato zero”) visitasse i popoli originari dell’Anáuac Milpa Alta-Xochimilco ed i contadini dalla memorabile storia di resistenza.

Per Don Pascual, quanto successo ad Atenco e gli attuali 28 carcerati politici, risponde al fatto che “il governo ci vuole schiacciare e calpestare… la povera gente che vive lì, stava vendendo i suoi fiorellini che coltivano lì, hanno lanciato la polizia contro di loro per toglierli di lì... no, che non ci freghino… tutti abbiamo diritto alla vita”. E narra l’aneddoto che dopo la Rivoluzione, suo padre Pascual Nieto Rodrígez avrebbe difeso le merci di alcuni venditori “che erano state sequestrate da poliziotti: il rivoluzionario li affrontò e riuscì a fare giustizia”.

Alla domanda se Messico sta meglio o peggio dopo la Rivoluzione mi ha risposto che quella era la stessa domanda che gli faceva suo padre: “Come la vedi, ti abbiamo lasciato bene la patria? ma bada, perché in alto, abbiamo altri che ci vogliono gettare più in basso, bada…” – e aggiunge – “perché apparentemente stiamo bene adesso, ma se continuano a calpestarci, non andiamo da nessuna parte… perché allora sì, i contadini torneranno ad alzarsi un’altra volta in armi”.

Dall’esperienza di questo bisnonno, il messaggio a tutti quelli che lottano è fermo: “Che non vendano la loro terra, il governo ci sta solo ingannando…” e ai prigionieri politici di Atenco raccomanda: “Che non perdano la speranza, presto o tardi tutto questo si risolve con l’appoggio del Messico per noi…”.

Le voci nascoste di Xochimilco: la spoliazione lenta e silenziosa…

Poco dopo le 11, lo scenario è pronto ad alcuni passi dalla statua-monumento di Emiliano Zapata ed alle sue spalle c’è la modesta chiesa del villaggio. È un posto piccolo, dove la storia si nutre della mescola delle eredità precolombiana, coloniale e “moderna”. Davanti a circa 400 persone, tra contadini, indigeni, studenti e venditori, le comandanti Grabiela (delegata 1) e Miriam (delegata 3) ed il comandante Zebedeo (delegato 2) osservano la moltitudine ed il viso dello Zapata di rame nero. La statua è lì in basso, con lo sguardo rivolto a sinistra…


Monumento Emiliano Zapata in Xochimilco
Foto: D.R 2006 Joel Martínez González
L’evento ha visto la partecipazione del collettivo Trabajo Colectivo che ha denunciato attraverso il suo portavoce, Alberto Guerra, che “la crisi di decomposizione, di credibilità, di corruzione e menzogna, si impegna a distruggerlo ed a privatizzare” tutto nel nostro paese.

Ha criticato la violenza della classe al governo, perché utilizza solo questa risorsa. quella della violenza, contro tutti i messicani che difendono “le terre, la loro acqua, i loro fiumi, i loro boschi, il loro lavoro, cioè il loro diritto alla vita: assassinando, imprigionando, reprimendo, distruggendo le case e violando donne, come è successo ai contadini di San Salvador Atenco ed ai minatori di Sicartsa in Michoacán”.

Ha lamentato anche “la rapina, il furto e la spoliazione” attraverso la frode del Fobaproa “il cui gigantesco debito per il riscatto bancario, stradale e zuccheriero” si è tradotto in “un crimine”, che si ingoia le risorse che potrebbero essere destinate per il campo, “l’educazione, la salute e l’alimentazione del popolo messicano”.

Sulla crescente devastazione e depredazione della natura a Xochimilco, questo collettivo si è aggiudicato il “diritto di difendere questa ricchezza naturale che si è formata durante migliaia di anni e che oggi è in pericolo”. D’altra parte, il portavoce ha spiegato che il villaggio di San Gregorio Atapulco, ha “resistito alla spoliazione ed è uno dei più colpiti da questo processo distruttivo”.

Tra i punti di questo processo, è emerso che c’è stato uno sfruttamento irrazionale delle falde acquifere, il che ha provocato la “sparizione di sorgenti che c’erano nella zona chinampera ed a una differenziazione di livelli (d’acqua) nell’ejido, nella zona chinampera ed in alcuni luoghi della zona urbana del villaggio”.

Ha pure denunciato il “programma ecologico” proposto da Manuel Camacho Solis durante il governo di Carlos Salinas, il 25 settembre 1989, che espropriava 780 ettari dell’ejido di Xochimilco e 258 ettari dell’ejido di San Gregorio Atlapulco con l’obiettivo di riabilitare e ricostruire quegli ejidos per trasformarli in terre di maggior produttività e prevenire le inondazioni e gli sprofondamenti”. Sono state definite come menzogne le motivazioni governative, evidenziando la “distruzione lenta e silenziosa che si è venuta consumando con l’inondazione dell’ejido con acque trattate (inquinate)”.

Poi hanno denunciato la Legge di Turismo del Distretto Federale e dell’Assemblea Legislativa, “nella quale il PRD (Partito della Rivoluzione Democratica) era maggioritario, che apre le porte all’iniziativa privata nazionale o transnazionale per investire in progetti ecoturistici, come quello che è già stato presentato in due occasioni per l’ejido San Gregorio”.

Infine hanno invitato gli uomini e le donne del Messico a “fare una riflessione ed un’analisi su questo processo distruttivo, (...) per arrivare ad una coscienza collettiva che faccia sì che gli espulsi e le vittime abbiano sempre voce per un progetto di nazione differente”.

La Commissione Sesta dell’EZLN, le comandanti Miriam e Grabiela ed il comandante Zebedeo hanno spiegato le ragioni della loro lotta, le loro modalità di organizzazione indigena in Chiapas, reiterando la loro solidarietà per il Fronte di Popoli in Difesa della Terra di Atenco e per i prigionieri politici, per i prossimi passi nella loro lotta in basso nell’Altra Campagna. Uno degli inviti di maggior intensità è arrivato da Zebedeo: “Vi chiedo compagni di aprire il vostro cuore, il vostro udito e così con i nostri occhi, potremo vedere quello che sta accadendo a livello nazionale e non ci fermeremo lungo il cammino, ma cammineremo insieme, senza stancarci, non smetteremo, non cederemo, non venderemo la nostra coscienza, continuiamo in resistenza, con umiltà, è sicuro, per camminare fino ad arrivare ad un futuro migliore…”.

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