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Narco News Issue #42

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Trattenendo la paura, gli oaxaqueños resistono

Alba tesa per la minaccia di sgombero


di Hermann Bellinghausen
La Jornada

2 ottobre 2006

Oaxaca, Oax., 1º ottobre. L’arrivo degli elicotteri militari con marinai e soldati ha risvegliato nell’immaginazione inesauribile degli oaxaqueños un nuovo tipo di scritte rivolte ora al cielo. Grandi messaggi disposti nel mezzo delle strade scritti a grosse lettere con pennelli. “Affinché quelli degli elicotteri sappiano dove li hanno mandati”, spiega questo pomeriggio Fabián con un sorriso, quasi alle porte di Radio APPO (o ORO) ad un lato del parco Conzatti. Sull’asfalto si stagliano, scritte in giallo, le consuete parole: “Fuori URO da Oaxaca”.

Ancora più grandi erano questa mattina le lettere a mezza strada che dicono la stessa cosa a pochi metri da Radio La Ley del Pueblo, nella colonia Reforma, dentro l’artigianale ma efficace bunker del più importante mezzo di comunicazione del movimento magistrale e popolare. Altre, su viali e strade, dicono: “PFP, benvenuto a Oaxaca”. Nello stesso modo si stanno dipingendo, con calce ed acqua, sui tetti delle case della città, la scritta “Fuori URO da Oaxaca”.

Pretendere che gli oaxaqueños non abbiano paura sarebbe negare la loro condizione umana. Ce l’hanno, comprensibilmente; la cosa notevole è che la trattengono. C’è qualcosa di candido (o come definirlo?) nelle forme della loro resistenza. Non è come David, quello di Golia, (..) quando al passaggio degli spettacolari e panciuti caccia C-212 (aerei militari che da ieri hanno colto di sorpresa la città) la gente lancia razzi e fiondate? I bambini indicano col dito verso l’alto, tra il divertito e lo spaventato.

Questo pomeriggio un contadino ha chiamato in radio per un suggerimento: mettere su ogni barricata una bandiera nazionale. “Ai soldati insegnano a rispettare la nostra bandiera. Forse con questo si fermano”, ha detto.

L’alba della domenica è stata una delle più tese e lunghe. Dopo la “sfilata militare” su tutte le teste, il pomeriggio di sabato prevaleva l’idea che questa notte sarebbe avvenuto sgombero del movimento popolare. E che uno dei primi bersagli sarebbero state le installazioni di La Ley. Secondo “fonti attendibili” l’ operativo di polizia e/o militare si sarebbe effettuato a mezzanotte.

L’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) ha invitato a rinforzare le barricate nelle colonie. Migliaia di persone si sono organizzate per non dormire, pronte ad uscire per le strade in qualsiasi momento. Non così paradossalmente, la strada pubblica era deserta dopo le ore 22. Inoltre, era poco transitabile con tutte le trincee, barricate, autobus, furgoni e reticolati a centinaia di imbocchi e incroci.

Tra i maestri e partecipanti del presidio nello Zócalo circolavano giornalisti e fotografi come aspettando Godot o qualcosa di simile. La notte era chiara. Indigeni, giovani e professori dormivano su cartoni sotto le tende vicine al palazzo di governo. Quelli svegli avevano bastoni, spranghe e petardi. Ascoltavano canzoni di Alí Primera. All’improvviso dai cellulari sono arrivate notizie: l’operativo militare era sospeso; la Segreteria di Governo aveva emesso una smentita; l’azione era fallita perché “filtrata” alla stampa (che sicuramente stava arrivando a decine dal DF e dall’estero).

Ogni tanto scoppiava un petardo. Dalla centrale di rifornimento si sentivano spari isolati. La commissione di sicurezza della APPO ha comunicato che a Santa Lucía del Camino c’è stato un attacco della polizia municipale contro le barricate. Nella colonia Volcanes si è sparato su un’altra barricata da un’auto in movimento. Veicoli sospetti circolavano per Díaz Ordaz, Porfirio Díaz e viale Universidad. Infine, una notte come le altre.

Ma con l’Armata, l’Esercito e la Polizia Federale Preventiva acquartierate nell’aeroporto, la zona militare, l’accademia di polizia, e le numerose “case sicure” di agenti statali scoperte da due giorni in diversi quartieri strategicamente prossimi allo Zócalo, così come le radio occupate, le sue antenne sui colli e gli uffici bloccati.

Una nuova versione era che, prima dell’alba, un attacco dagli elicotteri M-17 contro le radio ed il centro storico avrebbe scatenato l’operazione militare. I manifestanti erano un’altra volta in attesa. Trascorrono il tempo aspettando. Il punto nodale sarebbe Radio La Ley. Alle 5 del mattino. La fonte “era buona”.

Nell’occhio del ciclone

Arrivare a La Ley non è facile. Protegge la stazione radio una serie di barricate con pietre, autobus di traverso, falò, pneumatici che bruciano e sacchi di sabbia ammucchiati. Le guardie rannicchiate si alzano quando uno si avvicina. Davanti alle telecamere si coprono il volto. Chiedono di identificarsi. Poi fanno passare il giornalista. Un uomo dalla voce rude, con una fionda nera in mano, dice: “Ti faccio vedere le mie armi segrete. Perché vedano che siamo una guerriglia urbana”. Fa scorrere la cerniera del suo zaino ed estrae una sacca piena di biglie e pietre “di diverso calibro”. Ovviamente, fa una risata.

L’isolato dove si trova la stazione radio è molto illuminato. Nella mensa sul marciapiede, sotto una tenda, diverse persone conversano. Emerge la voce di un uomo di Miahuatlán: “Hanno creato la psicosi tra i nostri bambini. Loro sono intelligenti. Sanno che i loro papà escono nella notte, che si stanno occupando di questa cosa, che forse non ritorneranno. Ma a Oaxaca siamo molte migliaia contrari alla fame di potere di quelli che stanno passando sopra tutto un popolo. Qui abbiamo le palle”.

Grandi bidoni, sacchi di segatura, bastoni irti di chiodi, montagne di grate con bottiglie vuote, rotoli di filo di ferro. Lì dentro trasmettono per la milionesima volta l’inno Venceremos, La traición de Malinche ed altre preferite per l’occasione. L’ambiente è quasi apocalittico. Un’accettazione della forza del destino. Sonia si avvicina. Un fazzoletto azzurro le copre mezza faccia. Porta una borsa di plastica con bottiglie di bibite. Servono a proteggere la pelle dal gas al peperoncino. Spontaneamente incomincia a parlare sotto un cielo stellato.

Della situazione indignante a Oaxaca. della terribile ingiustizia. Anche i suoi genitori e fratelli “stanno nella lotta”. Non i suoi zii. “Ci dicono che siamo rivoltosi”. Spiega: “Mio zio fa affari col governo, è ricco, a lui non conviene tutto questo”. Sonia è minuta, molto magra, con voce tenue, bruna, 18 anni, studia alla preparatoria. La direttrice della sua scuola, amica della leader priista e di picchiatori, Leticia Mendoza Toro, ha minacciato di espellerla perché Sonia distribuisce volantini della APPO e del magistero alle sue compagne. Parlando, una lacrima di rabbia tradisce la sua dolcezza.

Le si domanda se il fazzoletto sarà sufficiente contro i gas (non diciamo i possibili spari). Per spiegare dice: “Ne ho un altro”. Lo tira fuori di tasca. È simile, ma con cucito un assorbente. Sposta di mano la borsa del supermercato. “Pesa molto”. Le si chiede se sono bibite per i gas. Con semplicità disarmante risponde: “No, sono bombe”. Si abbassa il fazzoletto. Sorride.

In fondo alla strada uno striscione bianco riproduce una caricatura di Vicente Fox ed a caratteri neri: “A Oaxaca non succede niente”. Il fumo dei pneumatici si fa denso. Albeggia. Oggi, almeno, gli elicotteri non arrivano.

Picchiati e sequestrati

Decine di priisti della zona di Pueblo Nuevo hanno attaccato una barricata della APPO intorno alle 22. Tre adolescenti sono stati fu brutalmente picchiati e legati ad un palo, immediatamente sono giunti centinaia di simpatizzanti della APPO ed hanno liberato i sequestrati per poi ripiegare verso l’antenna di Radio La Ley, nella colonia Brenamiel, dove si trova una delle barricate più grandi della città.

Mentre succedeva questo un aereo militare sorvolava la zona. Verso mezzanotte si sono raggruppate circo un migliaio di persone vicino all’antenna di Radio La Ley per evitare “nuovi scontri tra oaxaqueños, che sono molto dolorosi”, dicono.

Dopo il recupero hanno festeggiato con lancio di razzi gridando: “è caduto, è caduto, Ulisse è caduto”, “ Zapata vive, la lucha sigue” e “2 ottobre non si dimentica”.

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