<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #42

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La CND, le offese, le strade


di Adolfo Gilly
La Jornada

18 settembre 2006

1. La grottesca sentenza del Tribunale Elettorale del Potere Giudiziario della Federazione è la migliore conferma del broglio elettorale. Con questa sentenza il tribunale iscrive sufficienti ragioni per annullare l’elezione. Ma non lo fa. Inoltre, si mette a dibattere su decisioni politiche che non gli spettano. Per esempio, discute se López Obrador è andato o no ad un dibattito televisivo. Non so perché non ha detto se gli è parso o no che in quell’altro dibattito portasse una cravatta gialla.

Con questa sentenza, il tribunale si è arso da solo nel freddo falò del ridicolo ed ha finito per confermare che la frode c’è stata. Forse i giudici l’hanno fatto di proposito, per lasciare in chiaro che, in fondo, non erano d’accordo con la farsa che stavano rappresentando per ordini superiori.

Annullare le elezioni sarebbe stata la scelta sensata. Ma già dalla fiera di buffoni dell’esautoramento, rovinata dalla mobilitazione popolare, era chiaro che i poteri reali non avrebbero lasciato vincere López Obrador, in nessun caso. E così è stato.

2. Il primo e più antico di quei poteri, stabilito in Messico dal XVI secolo, è la gerarchia della Chiesa cattolica. Il giorno seguente alla grottesca sentenza, la Conferenza dell’Episcopato Messicano le diede la sua benedizione con un solenne enunciato a pagamento su El Universal [6 settembre 2006, pag. 9]: “Noi vescovi del Messico ci uniamo ai cittadini ed alle istituzioni che appoggiano l’attuazione e la sentenza emessa dal tribunale elettorale, e pertanto riconosciamo la legalità del nuovo presidente eletto (...). Esortiamo tutta la cittadinanza a collaborare responsabilmente col prossimo governo”.

Molti di quelli che nel 2000 credevano di votare Vicente Fox per farla finita col PRI, non sapevano che stavano votando il ritorno al potere della Chiesa cattolica e della sua gerarchia per la prima volta dai tempi di Benito Juárez e dalla Costituzione del 1857. Hanno forse creduto che quella gerarchia fosse disposta ad abbandonare quel potere per il quale si sono battuti cristeros, sinarquistas ed i loro successori?

Il governo usurpatore di Carlos Salinas ha aperto questa strada abrogando l’articolo 130 costituzionale. Non devo ribadire chi siano stati i suoi più vicini collaboratori in quell’impresa, oggi riciclati dal PRD.

Questa è la dimensione della lotta presente in questo paese che si chiama Messico: che non ci lasciamo distrarre parlando di qualsiasi cosa per evitare questo nuovo confronto storico tra liberali e conservatori, cioè quelli che oggi si dicono neoliberali.

3. Felipe Calderón ha ricevuto anche le benedizioni, il giorno dopo delle elezioni, di Bush e di Rodríguez Zapatero, mandatari di paesi con grandi investimenti in Messico, e di Televisa che ha così pagato il voto unanime dei deputati del PRD a favore della vergognosa ley Televisa. Lo stesso hanno fatto gli organismi imprenditoriali. La Borsa Messicana dei Valori, la Chiesa, la Casa Bianca e Televisa hanno dato il loro voto illustre a Felipe Calderón.

Ma il PRD ed i suoi alleati, invece di chiamare quei poteri col loro nome, continuano a parlare di ricchi e di poveri, come ai tempi di Pedro Infante, quando chiunque sa che la prima condizione per un autentico dibattito è identificare con precisione l’avversario.

4. L’8 luglio scorso avevo proposto sulle pagine di questo quotidiano che, se come era prevedibile, il tribunale elettorale avesse sanzionato la frode e negato il riconteggio, gli eletti del PRD (senatori, deputati, membri dell’assemblea, capo di Governo e capi delle delegazioni della Città del Messico) dichiarassero la sospensione dell’accettazione dei loro incarichi ed aprissero così una crisi costituzionale in tutti i poteri elettivi.

Mi domandavo allora: “Saranno disposti gli eletti del PRD ed i loro alleati a mettersi alla testa della protesta popolare e, come regalo, mettere sul tavolo le loro poltrone? È quello che non hanno fatto mai fare, salvo qualche isolata eccezione, gli eletti del FDN nel 1988. Sono disposti gli eletti del 2006, con il supporto dell’indignazione e pure dell’amarezza popolare, a giocarsela sul serio?”.

No, non l’hanno fatto. È vero: hanno fatto molti gesti ed hanno persino occupato la tribuna del Congresso, con un atto teatrale già visto tante volte visto in tutti i parlamenti a partire dal XIX secolo, già ai tempi delle caricature di Honoré Daumier (del cui sarcasmo oggi sentiamo la mancanza). Ma arrischiare il posto per davvero, no, Dio non lo permetta mai.

Vanno ora alla testa della convenzione nazionale democratica (CND) ad appoggiare un governo in ribellione, mentre rimangono sulle loro poltrone nel Congresso dell’altro governo, quello istituzionale. Sarà, diranno, un’arguzia tattica per confondere il nemico? Mi permettete di non aver fiducia in loro?

5. I quattro governatori del PRD (Baja California Sud, Guerrero, Michoacán e Zacatecas), mentre salutano la realizzazione della convenzione nazionale democratica, appoggiano espressamente la decisione dei legislatori della coalizione Per il Bene di Tutti di assumere i loro incarichi e di “non rinunciare a nessuno degli spazi istituzionali”. Mentre il dirigente della coalizione, Andrés Manuel López Obrador, manda al diavolo quelle istituzioni, i governatori insistono sul fatto che “non sarebbe prudente abbandonarle”, compresa la Conferenza Nazionale dei Governatori (Conago), il che non impedisce loro di appoggiare la CND ed il suo governo in ribellione. Dov’è la coerenza?

6. I governatori del PRD partecipano alla riunione plenaria della Conferenza Nazionale dei Governatori dove Felipe Calderón è accolto come presidente eletto. Tutti sappiamo che in una crisi politica del potere presidenziale come quella presente, è stato sempre il potere reale dei governatori quello che ha riempito il vuoto. Da questo l’importanza, oggi, della Conago.

E in quella riunione è stato approvato un punto d’accordo su Oaxaca. Quell’accordo esprime l’appoggio unanime all’attuale governo di Oaxaca, con alla testa Ulises Ruiz, e si è pronunciato “contro ogni proposito destabilizzatore che pretenda di ledere l’ordine costituzionale di un governo eletto in elezioni libere, dirette, legali e democratiche[La Jornada, 12 settembre 2006, pag. 13]. Questo accordo è stato firmato dai 32 governatori del PRI, del PAN e del PRD, compresi: il capo di Governo del DF, Alejandro Encinas, il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz, il governatore di Jalisco, Francisco Ramírez (quello degli incarcerati di Guadalajara), il governatore dello Stato del Messico, Enrique Peña Nieto (quello dei prigionieri di Atenco) ed il governatore di Puebla, Mario Marín (l’amico di Kamel Nacif).

Di quale ribellione, di quale resistenza, di quale governo itinerante stanno parlandoci? Uno può comprendere l’amarezza, l’indignazione, la rabbia di milioni di cittadini che si sono visti trafugare un’elezione nazionale. Ma non si può accettare questo gioco su tutte le scacchiere da parte di coloro che sono alla testa e rappresentano la coalizione Per il Bene di Tutti.

9. Per questa mancanza di coerenza tra le dichiarazioni ed i fatti, per la mancanza di chiarezza sui fini e sulle modalità per raggiungerli, per l’immensa confusione tra ciò che dovrebbe essere una convenzione con delegati eletti e rappresentativi di discussioni e proposte diverse, e quello che sarà una riunione multitudinaria di centinaia di migliaia dove in un solo pomeriggio si voteranno a mani alzate e per acclamazione le proposte del dirigente e del suo gruppo, non sono d’accordo con la convenzione nazionale democratica. Su ciò che significa, mi rimetto ai classici: Antonio Gramsci, Max Weber, Elías Canetti. Chi li ha almeno sfogliati saprà di che cosa sto parlando.

8. Non è la mancanza minore degli organizzatori della CND il mettere in prima fila alcune centinaia di indigeni, mentre continuano ad ignorare i prigionieri di Atenco, i carcerati ed i popoli repressi del Chiapas, i profughi di Acteal e di altri villaggi, quelli perseguitati dai paramilitari, o che nello stesso Chiapas si alleano con il Crocchette Albores, con Constantino Kanter e con Juan Sabines. Non è la mancanza minore quella di dare il loro appoggio al governatore Ulises Ruiz e di squalificare nella stessa risoluzione il poderoso movimento indigeno, cittadino e popolare dell’APPO a Oaxaca.

È assurdo inoltre che i portavoce della CND accusino gli zapatisti di non averli appoggiati nelle elezioni, quando loro hanno abbandonato alla sua sorte l’EZLN ed il movimento del Congresso Nazionale Indigeno. Il PAN ed il PRI in queste elezioni hanno fatto al PRD ed alla coalizione la stessa cosa che questi, alleati col PAN e col PRI, fecero nel Congresso dell’Unione all’EZLN a proposito dei diritti e dell’autonomia indigena.

Una CND che ignori o chiuda gli occhi davanti a questi fatti potrà solo approvare delle dichiarazioni vuote.

9. I dirigenti della CND ed i governatori del PRD dicono che la “nostra maggiore offesa” è “la disuguaglianza e la povertà nelle quali vivono milioni di messicani”. Disuguaglianza e povertà sono termini tecnocratici che nascondono gli autentici nomi della realtà e preparano false scappatoie paternalistiche. No, i nomi delle offese maggiori sono: sfruttamento, spogliazione e razzismo, tutti sostenuti dalla repressione e dagli organi corrotti di una giustizia inesistente.

Se qualcosa hanno provato queste elezioni e la loro sequela, è che quelle offese non possono essere affrontate fidandosi dei partiti istituzionali o di un dirigente, itinerante o fisso, che si comunica in diretta col paese e si offre di difenderlo e di proteggerlo.

Dalle offese e dall’ingiustizia germogliano le proposte e le lotte, come a Oaxaca, e da quelle lotte sorge e si rinnova l’organizzazione. Decine di migliaia di quanti assistano alla convenzione nazionale democratica, offesi per la frode e per l’imposizione, camminano alla ricerca di quelle forme e quelle modalità di organizzazione. Magari l’esperienza del loro passaggio per la CND serva loro, e non agli altri, per continuare a trovarsi ed a organizzarsi e per affrontare le dure giornate che il governo della destra, della gerarchia ecclesiastica, dei finanzieri, degli investitori stranieri e dei loro politici di tutti i colori ci preparano.

Nel frattempo, cerchiamo e camminiamo i nostri stessi, e meno clamorosi, percorsi. Ci incontreremo presto, spero, quando sarà il momento.

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