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Narco News Issue #42

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Le/Gli zapatisti e L’Altra: i pedoni ella storia

Introduzione e prima parte


di Subcomandante Insurgente Marcos

18 settembre 2006

Introduzione

Questo scritto è pensato e rivolto in particolare alle/agli aderenti alla Sesta e all’Altra Campagna. E, ovviamente, a chi simpatizza con il nostro movimento.

Quelle che qui presentiamo sono parte delle riflessioni e conclusioni condivise tra alcune persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Seguendo il nostro “modo” nell’Altra Campagna, per prima cosa abbiamo ascoltato la parola di quest@ compagn@ e poi abbiamo presentato la nostra analisi e conclusione.

La Commissione Sesta dell’EZLN è stata attenta alle opinioni e proposte di una parte de@ compagn@ dell’Altra Campagna, con riferimento alla cosiddetta “crisi post-elettorale”, alle mobilitazioni in diversi punti del paese (in particolare a Oaxaca con la APPO, e nel DF con AMLO) e all’Altra Campagna. In lettere, verbali riunioni ed assemblee, nella pagina elettronica, in alcuni casi nelle loro posizioni pubbliche, ed in incontri personali e di gruppo, alcun@ aderenti si sono espressi su questi punti.

Per parte del mese di luglio e per tutto il mese di agosto la Commissione Sesta dell’EZLN ha sostenuto riunioni multilaterali con alcun@ compagn@ aderenti di 19 stati della repubblica: D.F., Stato di México, Morelos, Michoacán, Querétaro, Tlaxcala, Puebla, Veracruz, Oaxaca, Guerrero, Jalisco, Hidalgo, Zacatecas, Nuevo León, San Luis Potosí, Colima, Nayarit, Guanajuato e Aguascalientes.

Oltre che con organizzazioni politiche e sociali presenti in diverse parti del paese, e con le/i nostr@ compagn@ del Congresso Nazionale Indigeno.

Sulla base delle nostre limitate possibilità abbiamo tenuto queste riunioni in locali de@ compagn@ dell’Altra a Città del Messico e negli stati di Morelos, Michoacán, Querétaro, Tlaxcala e Puebla.

Non è stato possibile né auspicabile per noi parlare direttamente con tutt@ le/gli aderenti. Questo ha dato luogo, in alcune parti, al fatto che ci accusassero di “escludere” alcun@. A questo proposito diciamo che nell’Altra Campagna è a cura di ogni gruppo, collettivo, organizzazione o persona, decidere con chi si riunisce dell’Altra, quando, come e con quale agenda. Facendo uso di questo diritto la Commissione Sesta dell’EZLN ha ascoltato e parlato con chi ha accettato il nostro invito.

Tuttavia, anche se si è trattato di riunioni private, i nostri progetti non sono stati né sono segreti. A chi gentilmente ci ha ascoltato, abbiamo chiesto quindi di trasmettere il nostro pensiero come Commissione Sesta dell’EZLN alle/agli altr@ compagn@ dei loro stati ed unità organizzative di lavoro. Alcun@ di loro, con nobiltà, hanno acconsentito e l’hanno fatto compiutamente. Altr@ ne hanno approfittato per aggiungere le loro valutazioni come se fossero dell’EZLN o hanno corretto di proposito la loro “relazione” per fornire una versione tendenziosa di quanto proposto in quelle riunioni.

Gli argomenti di quelle riunioni sono stati:

La situazione nazionale in alto, in particolare la questione elettorale. La situazione nazionale in basso, tra la gente che non è dell’Altra. La situazione dell’Altra Campagna. La proposta dell’EZLN per il “che succede?” con L’Altra Campagna.

Alcune delle riflessioni de@ compagn@ con i quali ci siamo riuniti le incorporiamo ora nel nostro pensiero, riflessione e conclusione. Tuttavia, è necessario chiarire che quanto comunichiamo ora, e proponiamo, a tutt@ le/i nostr@ compagn@ della Sesta e dell’Altra è responsabilità unica della Commissione Sesta dell’EZLN, ed è come organizzazione aderente all’Altra che lo facciamo.

A chi si è sentito escluso o emarginato vanno le nostre scuse sincere e la nostra preghiera di comprensione.

Per informazione, presentiamo un breve riassunto di quanto accaduto all’interno dell’EZLN e sfociato nella Sesta Dichiarazione, il nostro bilancio (che non vuole essere Il Bilancio) ad un anno dalla Sesta e dall’Altra, la nostra analisi e posizione su quello che succede in alto e la nostra proposta per i successivi passi dell’Altra.

Quello che qui prosentiamo è già stato discusso, nelle sue linee generali, con le/i comandant@ del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno dell’EZLN, quindi rappresenta non solo la posizione della Commissione Sesta ma quella della direzione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Saluti.

Subcomandante Insurgente Marcos Messico, Settembre 2006

Gli Zapatisti e L’Altra: i pedoni della storia.

Settembre 2006

Prima Parte: Le Strade alla Sesta.

In maniera sintetica, visto che abbiamo già abbondato su questo argomento, esponioamo il processo, interno all’EZLN, che precede la Sesta Dichiarazione :

1.- Il tradimento della classe politica messicana e la sua decomposizione. - Alla fine di aprile del 2001, dopo la Marcia del Colore della Terra e l’appoggio di milioni di persone, del Messico e del mondo, alla causa del riconoscimento costituzionale dei diritti e della cultura indigeni, la classe politica nel suo insieme approvò una controriforma. Di questo abbiamo già diffusamente parlato, ora segnaliamo solo la cosa fondamentale: i tre principali partiti politici nazionali, PRI, PAN e PRD, voltarono le spalle alla giusta domanda degli indigeni e ci hanno tradito.

Qualcosa, allora, si ruppe definitivamente.

Questo fatto (che accuratamente “dimentica” chi rimprovera le nostre critiche alla classe politica nel suo insieme) è stato fondamentale per i passi successivi dell’EZLN, tanto nell’ambito interno che esterno. A partire da lì, l’EZLN esegue una valutazione di quello che è stata la sua proposta, la strada che ha seguito e le possibili cause di quel tradimento.

Per mezzo di analisi pubbliche e private, l’EZLN ha definito il modello socioeconomico dominante in Messico come NEOLIBERALE. Ha dichiarato che una delle sue caratteristiche è la distruzione dello Stato-Nazione, che comprende, tra altre cose, la decomposizione degli attori politici, dei loro rapporti di dominio e dei loro “modi”.

L’EZLN aveva creduto, fino ad allora, che esistesse una certa sensibilità in alcuni settori della classe politica, in particolare in quelli che si raggruppavano intorno alla figura di Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano (dentro e fuori del PRD); e che fosse possibile, con mobilitazioni ed in alleanza con questo settore, strappare ai governanti il riconoscimento dei nostri diritti come popoli indios. Per questo, buona parte delle azioni pubbliche esterne dell’EZLN erano state destinate all’interlocuzione con quella classe politica, ed al dialogo e la negoziazione col governo federale.

Pensavamo che i politici in alto avrebbero capito e soddisfatto un’istanza che era costata un’insurrezione armata e sangue di messicani; che questo avrebbe avviato il processo di dialogo e negoziazione col governo federale verso una conclusione soddisfacente; che così avremmo potuto “uscire” a fare politica civile e pacifica; che con il riconoscimento costituzionale si sarebbe tesa una “copertura giuridica” per i processi di autonomia che stanno avvenendo in varie parti del Messico indio; e che si sarebbe rafforzata la via del dialogo e della negoziazione come alternativa per la soluzione dei conflitti.

Ci siamo sbagliati.

La classe politica nel suo insieme è stata avara, vile, spregevole… e stupida. La decisione che presero allora i tre principali partiti politici, PRI, PAN e PRD, dimostrò che le presunte differenze tra loro non sono altro che simulazioni. La “geometria” della politica dell’alto era impazzita. Non c’era né sinistra, né centro, né destra. Solamente una banda di ladri legalizzati… e pieni di cinismo sui media in prima serata.

Non sappiamo se ci eravamo sbagliati fin dall’inizio, se già nel 1994 (quando l’EZLN opta per le iniziative civili e pacifiche) la decomposizione della classe politica era già in atto (ed il cosiddetto “neocardenismo” era solo una nostalgia dell’88); o se in quei 7 anni il Potere aveva accelerato il processo di putrefazione dei politici professionisti.

Dal 1994 persone e gruppi dell’allora chiamata “società civile”, si erano avvicinati a noi per dirci che il neocardenismo era onesto, coerente ed un alleato naturale di tutte le lotte popolari, non solo la neozapatista. Crediamo che nella maggioranza dei casi quella gente lo fece con buone intenzioni.

La posizione dell’attuale impiegato di Vicente Fox, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, e di suo figlio, il patetico Lázaro Cárdenas Batel (oggi governatore di un Michoacán controllato dal narcotraffico) rispetto alla controriforma indigena è già nota. Per mano del poi brillante coordinatore della campagna di AMLO, Jesús Ortega, i senatori perredisti votarono una legge che fu poi denunciata essere una farsa perfino da organizzazioni indigene anti-zapatiste. Si confermarono così le parole di un vecchio militante di sinistra: “Il generale Cárdenas è morto nel 1988”. I deputati del PRD, da parte loro, nella camera bassa approvarono una serie di leggi secondarie e regolamenti che hanno consolidato il tradimento.

Ricordiamo solo che quando abiamo denunciato pubblicamente questo comportamento del neocardenismo, siamo stati attaccati (caricature comprese) dagli stessi che ora dicono che, in effetti, Cárdenas è un traditore (ma adesso per non aver appoggiato López Obrador). Chiaro, una cosa è tradire qualche indios, ed un’altra molto diversa è tradire il LEADER. Allora ci dissero “settari”, “emarginati”, e che “attaccando” Cárdenas “gli zapatisti facevano il gioco della destra”. Ricordate? Ed ora l’ingegnere vuole fare il “sinistrense” e critica AMLO… mentre lavora per l’inquilino di Los Pinos nella commissione per i festeggiamenti del bicentenario dell’indipendenza.

Dopo questo tradimento, non potevamo fare come se non fosse successo niente (non siamo perredisti). Con l’obiettivo della legge indigena avevamo intavolato il processo di dialogo e negoziazione col governo federale e raggiunto accordi, avevamo costruito un’interlocuzione con la classe politica ed avevamo chiamato la gente (in Messico e nel mondo) a mobilitarsi con noi per questa istanza.

Nel nostro errore abbiamo trascinato molta gente.

Non più. Il passo seguente dell’EZLN non solo non sarebbe stato fatto per parlare ed ascoltare quelli in alto, ma per affrontarli… radicalmente. Cioè, il passo seguente dell’EZLN sarebbe andato contro tutti i politici.

2.- Lotta armata o iniziativa civile e pacifica? - Dopo il rifiuto della Corte Suprema di Giustizia della Nazione delle proteste e dissensi di molte comunità indigene per la controriforma, alcuni intellettuali (vari dei quali ci avrebbero rimproverato poi il mancato appoggio ad AMLO ed al PRD nella lotta per la poltrona presidenziale) invitarono implicitamente alla violenza. Parola più, parola meno, dissero che agli indigeni non restava oramai altra strada (si vedano le dichiarazioni e gli editoriali di quei giorni – settembre e ottobre del 2002 -). Qualcuno di loro, oggi brillante “intellettuale organico” del movimento post-elettorale di López Obrador, accelerò la decisione della Corte Suprema di Giustiza e scrisse che all’EZLN rimanevano solo due strade: o rinegoziare col governo o sollevarsi di nuovo in armi.

Le soluzioni che si prospettano in alto (e che fanno proprie alcuni intellettuali “di sinistra”) sono false. È stato guardando dentro di noi che abbiamo deciso di non fare né una cosa né l’altra.

Allora, potevamo scegliere per la ripresa dei combattimenti. Non solo avevamo la capacità militare per farlo, ma contavamo anche sulla legittimità per farlo. Ma l’azione militare è una tipica azione escludente, il migliore esempio di settarismo. A favore di questa sono coloro che possiedono gli strumenti, la conoscenza, le condizioni fisiche e mentali, e la disposizione non solo a morire, ma ad uccidere. Noi siamo ricorsi a questa perché, come avevamo detto allora, non ci avevano lasciato altra strada.

Inoltre, nel 1994 avevamo preso l’impegno di insistere per la strada civile. Non col governo, ma con “la gente”, con la “società civile” che non solo appoggiava la nostra causa, ma che per 7 anni aveva partecipato anche direttamente alle nostre iniziative. Queste iniziative sono stati spazi di partecipazione di tutt@, senza altra esclusione che la disonestà ed il crimine.

Secondo la nostra valutazione, avevamo un impegno con questa gente. Cosicché il nostro passo seguente, abbiamo pensato, doveva essere anche un’iniziativa civile e pacifica.

3.- La lezione delle iniziative precedenti: guardare in basso. - Mentre la classe politica, nel 2001, convertiva in legge il suo tradimento, nelle comunità zapatiste la delegazione che aveva partecipato alla cosiddetta “Marcia del Colore della Terra” informava. Contrariamente a quanto si possa pensare, la relazione non si riferiva in primo luogo a quello di cui si era parlato ed ascoltato con e da politici, dirigenti, artisti, scienziati ed intellettuali; ma a quello che avevamo visto ed ascoltato dal Messico del basso.

E la valutazione che avevamo presentato concordava con quella che avevano fatto i 5.000 delegati della consultazione del 1999 e quelli della Marcia dei 1.111 nel 1997. C’era un settore della popolazione che ci interpellava che ci diceva “vi stiamo appoggiando sulla questione delle richieste indigene, ma, e per noi?” E questo settore era, ed è formato da contadini, operai, impiegati, donne, giovani. Soprattutto donne e giovani, di tutti i colori ma con la stessa storia di umiliazione, abuso, sfruttamento e repressione.

No, non abbiamo letto che chiedessero di sollevarsi in armi. Neppure che aspettassero un leader, una guida, un capo, un “raggio di speranza”. No, abbiamo letto e compreso che aspettavano che lottassimo insieme a loro per le loro specifiche richieste, così come loro lottavano insieme a noi per le nostre. Abbiamo letto e capito che quella gente voleva un altro modo di organizzarsi, di fare politica, di lottare.

La “partenza” dei 1.111 e dei 5.000 aveva significato “aprire” ancora di più il nostro ascolto ed il nostro sguardo, perché quest@ compagn@ avevano visto ed ascoltato, DIRETTAMENTE E SENZA INTERMEDIARI chi sta in basso. Non solo la condizione di vita di persone, famiglie, gruppi, collettivi ed organizzazioni, anche la loro decisione di lotta, la loro storia, il loro “sono questo”, “sono qua”. Ed era gente che non aveva mai potuto visitare le nostre comunità, che non conosceva direttamente il nostro processo, che sapeva di noi solo quello che la nostra parola gli aveva narrato. E non era gente che era stata sul palco delle diverse iniziative nelle quali le/i neozapatist@ facevano contatto diretto con le/i cittadin@.

Era gente umile e semplice che nessuno ascoltava, e che dovevamo ascoltare… per imparare, per farci compagn@. Il nostro passo seguente doveva essere per avere un contatto diretto con quella gente. E se prima era stato per parlare e farci ascoltare, ora doveva essere per ascoltarli/e. E non per rapportarci con loro in una congiuntura, ma a lungo termine, come compagn@.

Ci siamo accorti anche che la delegazione zapatista, quando “usciva” per qualche iniziativa, veniva “isolata” da un gruppo di persone: quelli che organizzavano, quelli che decidevano quando, dove e con chi. Non giudichiamo se erano buone o cattive persone, lo stiamo solo segnalando. Pertanto, nell’iniziativa successiva si doveva riuscire a “scoprire” quegli “isolamenti” fin dall’inizio, per evitarli più avanti.

Inoltre, volenti o no, le “uscite” dell’EZLN avevano privilegiato l’interlocuzione con un settore della popolazione: la classe media istruita, intellettuali, artisti, scienziati, leader sociali e politici. Dovendo scegliere, nella nuova iniziativa dovevamo scegliere tra quel settore o quello dei più diseredati. E, se dovevamo scegliere, lo avremmo fatto per quest@, quell@ in basso, e per costruire uno spazio per incontrarci con loro.

4.- Il “prezzo” di essere coerente. - Ogni conclusione che facevamo nell’analisi interna ci portava ad una definizione, e questa ad una nuova conclusione. Secondo il nostro modo, non potevamo invitare la gente ad un’iniziativa senza dire chiaramente quello che pensavamo e dove volevamo andare. Se pensavamo che con la classe politica non c’era niente da fare, niente con quelli in alto, dovevamo dirlo. Dovevamo fare una critica frontale e radicale di TUTTA la classe politica, senza distinzione (come avevamo distinto prima Cárdenas del PRD), fornendo i nostri argomenti e ragioni. Cioè, raccontare alla gente quello che si era rotto.

Abbiamo allora pensato (e, come si sarebbe visto dopo, non ci siamo sbagliati) che il settore che prima aveva seguito Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, avrebbe poi “dimenticato” le azioni legislative e di governo del PRD, le incorporazioni di ex priisti, i flirt col potere dei soldi, le repressioni e le aggressioni di governi perredisti ai movimenti popolari fuori della sua orbita, il silenzio complice di López Obrador di fronte al voto perredista al Senato contro gli Accordi di San Andrés, ed avrebbe proclamato AMLO nuovo leader. Di López Obrador parleremo più avanti, per adesso diremo solo che sarebbe stato incluso nella critica e, c’era d’aspettarselo, questo avrebbe molestato ed allontanato quel settore che era stato vicino al neozapatismo.

Questo settore, formato principalmente, ma non solo, da intellettuali, artisti, scienziati e leader sociali, comprendeva anche quello che chiamano “la base sociale perredista” e molta gente che, senza essere iscritta o simpatizzante del PRD, pensa che c’era o c’è qualcosa di riscattabile nella classe politica messicana. E tutta questa gente, insieme a molta altra che non sottoscriveva né sottoscrive le analisi e posizioni del PRD, aveva formato una specie di “scudo” intorno alle comunità indigene zapatiste. Si era mobilitata ogni volta che avevamo subito un’aggressione… meno quando l’aggressione proveniva dal PRD.

La critica e la distanza rispetto ad AMLO ed a chi riteneva e ritiene valida la sua alternativa dall’alto, sarebbe stata considerata una critica a loro. Ergo, non solo avrebbero smesso di appoggiarci, ma ci avrebbero anche attaccato. Così è successo.

Tra le “vittorie” di chi, dall’accademia, le scienze, le arti, la cultura e l’informazione, appoggia incondizionato ed acriticamente López Obrador (ed ostenta intolleranza e dispotismo… anche senza essere al governo) ce n’è una che è passata inosservata: sono riusciti dove non sono riusciti il denaro, le pressioni e le minacce, cioè, sono riusciti a chiudere i pochi spazi pubblici che davano un posto alla parola dell’EZLN. Per prima cosa hanno mentito, poi tergiversato e calunniato, poi messo in un angolo ed infine, eliminato la nostra parola. Ora hanno campo libero per fare eco stridente (previa pubblicazione) di quello che dice e contraddice AMLO, senza che niente e nessuno faccia loro ombra.

Ma il prezzo non sarebbe stato solo politico… anche militare. Cioè, lo “scudo” avrebbe smesso di essere tale e la possibilità di un attacco militare contro l’EZLN sarebbe stato sempre più attraente per i potenti. L’aggressione srebbe arrivata vestita di verde oliva, blu, tricolore… o, com’è successo, giallo (il governo perredista di Zinacantán, Chiapas, attaccò con le armi una mobilitazione pacifica di basi di appoggio zapatiste il 10 aprile 2004, i paramilitari gialli formarono dopo, patrocinati dal PRD, le prime “reti cittadine di appoggio ad AMLO” – un’altra “dimenticanza” di chi rimproverava e rimprovera all’EZLN di non aver appoggiato il perredista -).

Allora decidiamo di separare l’organizzazione politico-militare dalla struttura civile delle comunità. Questa era una necessità urgente. L’ingerenza della struttura politico-militare nelle comunità si era trasformata da impulso in un ostacolo. Era il momento di farsi da parte e non disturbare. Ma non si trattava solo di evitare che il processo che avevano costruito (con contributo, ingegno e creatività propri) le comunità zapatiste venisse distrutto contemporaneamente all’EZLN o intralciato da questo. Inoltre, si sarebbe cercato di fare in modo che il prezzo della critica alla classe politica fosse “pagato” solo dall’EZLN e, preferibilmente, dal suo capo militare e portavoce.

Ma non solo. Nel caso in cui le comunità zapatiste avessero deciso di compiere il passo che l’EZLN riteneva necessario, urgente e conseguente, dovevamo essere pronti a sopravvivere ad un attacco. Per questo, tempo dopo, la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona sarebbe stata lanciata con un’allerta rossa, e bisognava prepararsi, per anni, per questa.

5.- Anticapitalista e di sinistra. - Ma la conclusione principale alla quale siamo arrivati nella nostra valutazione non aveva a che vedere con questi aspetti, diciamo, tattici, ma con qualcosa di fondamentale: il responsabile del nostro dolore, delle ingiustizie, disprezzo, soprusi e colpi con i quali viviamo, è un sistema economico, politico, sociale ed ideologico, il sistema capitalista. Il passo successivo del neozapatismo doveva segnalare chiaramente il responsabile, non solo del vilipendio dei diritti e della cultura indigena, ma del vilipendio dei diritti e dello sfruttamento della grande maggioranza della popolazione in Messico. Cioè, avrebbe dovuto essere un’iniziativa anti-sistemica. Prima di questo, benché tendenzialmente tutte le iniziative dell’EZLN fossero anti-sistemiche, non era segnalato chiaramente. La mobilitazione intorno ai diritti e cultura indigena era avvenuta dentro il sistema, perfino con l’intenzione di costruire interlocuzione ed uno spazio giuridico dentro la legalità.

Definire il capitalismo come il responsabile ed il nemico portava con sé un’altra conclusione: dovevamo andare oltre la lotta indigena. Non solo nelle dichiarazioni e nei propositi, anche nell’organizzazione.

C’era bisogno, c’è bisogno, abiamo pensato, pensiamo, di un movimento che unisca le lotte contro il sistema che ci deruba, ci sfrutta, ci reprime e ci disprezza in quanto indigeni. E non solo noi come indigeni, ma milioni che non sono indigeni: operai, contadini, impiegati, piccoli commercianti, ambulanti, lavoratrici e lavoratori del sesso, disoccupati, emigranti, sottoccupati, lavoratrici e lavoratori della strada, omosessuali, lesbiche, trans, donne, giovani, bambin@ ed anzian@.

Nella storia della vita pubblica dell’EZLN avevamo conosciuto altre organizzazioni e popoli indios e ci eravamo rapportati con loro con fortuna. Il Congresso Nazionale Indigeno ci aveva permesso non solo di conoscere ed imparare dalle lotte e processi di autonomia che i popoli indios stavano portando avanti, avevamo anche imparato a rapportarci a loro con rispetto.

Ma avevamo conosciuto anche organizzazioni, collettivi e gruppi politici e culturali con una caratteristica chiaramente anticapitalista e di sinistra. Nei loro riguardi avevamo mantenuto un atteggiamento di sfiducia, distanza e scetticismo. Il rapporto era stato, soprattutto, un continuo non incontrarsi… da entrambe le parti.

Riconoscendo il sistema capitalista come responsabile del dolore indigeno, l’EZLN doveva ammettere che non solo a noi procurava quel dolore. C’erano, ci sono, quest@ altr@ che abbiamo incontrato durante tutti questi 12 anni. Riconoscere la loro esistenza era riconoscere la loro storia. Ovvero, nessuna di quelle organizzazioni, gruppi e collettivi era “nato” con l’EZLN, né su suo esempio, né alla sua ombra, né sotto la sua copertura. Erano, sono, raggruppamenti con una storia propria di lotta e dignità. Un’iniziativa antisistema capitalista doveva non solo prenderli in considerazione, ma prevedere un rapporto onesto con loro, cioè, un rapporto rispettoso.

Le/i compagne/i del Congresso Nazionale Indigeno ci avevano insegnato che riconoscere storie, modi ed ambiti è la base per il rispetto. Cosicché abbiamo pensato che fosse possibile proporre questo ad altre organizzazioni, gruppi e collettivi anticapitalisti. La nuova iniziativa doveva proporsi la costruzione di coincidenze ed alleanze con quest@ altr@, senza che ciò significasse unità organica o egemonia da parte loro o dell’EZLN.

6.- Guardare in alto… quello che non si dice. - Come avanzava là in alto la lotta per la poltrona presidenziale, era sempre più chiaro per noi che non si toccava la cosa fondamentale: il modello economico. Ovvero, il sistema che subiamo in quanto popoli indios e come messicane/i, non veniva affrontato da nessuna proposta di chi si stava disputando l’alto, né dal PRI, né dal PAN, né dal PRD.

Come è stato segnalato, non solo da noi, la proposta presuntamente di “sinistra” (quella del PRD in generale e quella di AMLO in particolare) non era né è tale. Era ed è un progetto di amministrazione della crisi, che assicura profitti ai grandi proprietari e controlla lo scontento sociale con aiuti economici, cooptazione di dirigenti e di movimenti, minacce e repressione. Dall’arrivo di Cárdenas Solórzano al governo della capitale, poi con Rosario Robles e dopo con López Obrador ed Alejandro Encinas, Città del Messico era ed è governata come lo era con il PRI, ma ora sotto la bandiera del PRD. È cambiato il partito ma non la politica.

Ma AMLO aveva, ed ha, quello che nessuno dei suoi predecessori aveva: carisma e capacità. Se prima Cárdenas aveva usato il governo della città come trampolino di lancio per la presidenza, così anche López Obrador, ma con maggiore perizia e fortuna dell’ingegnere. Il governo di Vicente Fox, con le sue scempiaggini, è diventato il principale promotore e pubblicista della candidatura del perredista. Secondo le nostre valutazioni, AMLO avrebbe vinto le elezioni a presidente della Repubblica.

E non ci siamo sbagliati. López Obrador ha ottenuto il maggior numero di voti tra coloro che si sono disputati la presidenza. Anche se non con l’ampiezza prevista, il suo vantaggio era chiaro e decisivo.

Dove ci siamo sbagliati è stato nel pensare che il ricorso alla frode elettorale fosse ormai cosa del passato. Di questo parleremo più avanti.

Proseguendo con la nostra analisi, l’arrivo di AMLO e della sua squadra (formata da veri salinisti sfacciati o svergognati, oltre ad una turba di persone vili e subdole) alla presidenza della Repubblica avrebbe significato l’arrivo di un governo che, apparentato alla sinistra, avrebbe agito come un governo di destra (tale e quale come fece, e fa, nel governo del DF). Inoltre, sarebbe arrivato con legittimità, simpatia e popolarità. Ma niente di essenziale del modello economico sarebbe stato toccato. Nelle parole di AMLO e della sua squadra: “le politiche macroeconomiche si manterranno”.

Come quasi nessuno dice, le “politiche macroeconomiche” significano aumento di sfruttamento, distruzione della previdenza sociale, precarizzazione del lavoro, esproprio di terre ejidali e comunali, aumento dell’emigrazione negli Stati Uniti, distruzione della storia e della cultura, repressione dello scontento popolare… e privatizzazione del petrolio, dell’industria elettrica e della totalità delle risorse naturali (che, nel discorso lopezobradorista, si mascherano di “coinversione”).

La politica “sociale” (gli “analisti” sostenitori di AMLO “dimenticano”, un’altra volta, le grandi similitudini con quella “solidarietà” di Carlos Salinas de Gortari – “l’innominabile” rinomato nella squadra di López Obrador) della proposta perredista, ci dicevano, sarebbe stata possibile riducendo la spesa dell’apparato governativo ed eliminando, (già!) la corruzione. Il risparmio ottenuto sarebbe servito per l’aiuto ai settori “più vulnerabili” (anziani e madri nubili) e per appoggiare le scienze, la cultura e l’arte.

Abbiamo quindi pensato: vince AMLO la presidenza con legittimità e l’appoggio dei grandi imprenditori, oltre al sostegno incondizionato dell’intellighenzia progressista; prosegue il processo di distruzione della nostra Patria (ma con l’alibi di essere una distruzione “di sinistra”); e qualsiasi opposizione o resistenza sarà classificata come “promossa dalla destra, al servizio della destra, settaria, ultra, infantile, alleata di Martha Sahagún (allora era Martita che “suonava” come precandidata del PAN - l’etichetta direbbe “alleato di Calderón” -) e bla, bla, bla”, repressa (come il movimento studentesco del 1999-2000; il popolo di San Salvador Atenco – ricordiamo che tutto inizia col perredista presidente municipale di Texcoco – i deputati del PRD nello Stato del Messico, che oggi chiedono la libertà de@ prigionier@, in quel momento hanno salutato ed appoggiato la repressione poliziesca -; e i/le giovani repress@ dal governo perredista di quel “difensore del diritto della libertà di espressione”, Alejandro Encinas, paradossalmente, per aver bloccato una strada mentre chiedevano libertà e giustizia per Atenco); aggredita (come le basi di appoggio zapatiste a Zinacantán); o calunniata, perseguita e demonizzata (come l’Altra Campagna e l’EZLN).

Ma l’illusione sarebbe finita nel momento in cui si sarebbe visto che niente era cambiato per quell@ in basso. Allora sarebbe giunta una tappa di scoraggiamento, disperazione e delusione, cioè, il brodo di coltura del fascismo.

Per quel momento sarebbe stata necessaria un’alternativa organizzativa di sinistra. Secondo il nostro calcolo, nei primi 3 anni di governo si sarebbe definita la vera natura del cosiddetto “Progetto Alternativo di Nazione”.

La nostra iniziativa doveva prendere in considerazione tutto questo e prepararsi per andare avanti avendo tutto contro (caricature comprese) per vari anni, prima di diventare un’opzione reale, di sinistra ed anticapitalista.

7. – Che cosa seguiva? La Sesta. - Per la fine del 2002, il progetto che poi sarebbe stato noto come la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona era abbozzato a grandi tratti: una nuova iniziativa politica, civile e pacifica; anticapitalista, che non solo non cercasse l’interlocuzione con i politici, ma li criticasse apertamente e senza considerazione; che permettesse il contatto diretto tra l’EZLN e le/gli altr@ del basso; che li ascoltasse; che privilegiasse il rapporto con la gente umile e semplice, che permettesse l’alleanza con organizzazioni, gruppi e collettivi con lo stesso pensiero; che fosse di ampio respiro; che si preparasse per andare avanti avendo tutto contro (compreso il settore progressista di artisti, scienziati ed intellettuali) e disposta ad affrontare un governo che godesse di legittimità. Insomma: guardare, ascoltare, parlare, camminare, lottare, in basso… e a sinistra*.

Nel gennaio del 2003, decine di migliaia di zapatisti “presero” la città di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Machete (in onore alle/ai ribelli di Atenco) e bastoni di ocote che ardevano brillarono ed illuminarono la piazza centrale dell’antica Jovel. Parlò la direzione zapatista. Tra loro, il Comandante Tacho avvertì chi puntava sulla smemoratezza, il cinismo e la convenienza: “Si sbaglia, sí c’è un’altra cosa”.

In quel momento, ancora nella penobra dell’alba, la Sesta Dichiarazionecominciava a camminare…

(Continua…)

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’EZLN e Commissione Sesta
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Agosto-Settembre 2006

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