<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #41

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Scegliere, scegliersi

Parole pronunciate nell'evento politico-culturale del magistero democratico a sostegno di Atenco


di Subcomandante Insurgente Marcos
L’Altro Messico

12 luglio 2006

Parole pronunciate all’evento politico-culturale del magistero democratico a sostegno di Atenco. 23 giugno 2006

Tra un mucchio di libri, carte disordinate, cenere di tabacco, pipe rotte ed una scopa, l’alba arriva ed entra senza bussare alla porta. Ombra guarda un calendario e fa i conti…

I.- Un anno fa …

Immersi nel fango, avevamo finito di risalire la collina. I cavalli erano rimasti indietro, da giorni, settimane, mesi, anni. Ancora tremando, asciugavamo le armi come potevamo. I vestiti? Bisognava aspettare, il fuoco tardava ad abbracciare la legna. L’alba spiegava la sua oscura gonna ed il giorno albeggiava con pena, come chiedendo permesso, o perdono, vallo a sapere.

Dopo avere superato l’ultimo impedimento, salii un po’ più in alto per guardare, sì, solo per questo.

Su uno dei versanti della collina, quasi in cima, si apriva uno squarcio attraverso il quale si vedeva la gola, la sierra che completava la treccia di monti che costeggiavano la valle, più in là le nuvole si alzavano nella pioggia.

Sotto, l’Allerta Rossa e l’avviso della consultazione rimbalzavano da una parte all’altra. Rumore, molto rumore. E noi, silenziosi, a parlare sì, ma da dentro. Tra noi, la parola.

Avvisarono che il fuoco ormai ardeva. Pinguino deambulava intorno al falò alla ricerca della posizione migliore per asciugarsi le penne. La Capulla, una cagna che originariamente si chiamava “Capullo” per l’erronea supposizione che fosse maschio, si aggirava con un pancione che denunciava le sue avventure amorose con il “Vargas” (un cane che aveva preso il nome dal protagonista del film “La Legge di Erode” perché “era venuto fuori più tosto che bello”), si accovacciò sotto il tetto di plastica.

Il tenente arrivò dopo, con tutta l’uniforme inzaccherata ed il bidone d’acqua. Bisognava strisciare quasi per 100 metri dentro la grotta per arrivare alla pozza che avrebbe dovuto mantenerci fino a che le piogge avessero restituito ai torrenti l’acqua che la secca aveva strappato loro.

Si distribuirono le tostadas ed i turni di guardia. Non smetteva di piovere.

– “Così fino a marzo” -, dice la insurgenta Erika rispondendo alla domanda che nessuno ha fatto ma che tutti avevamo in testa su quando avrebbe smesso di piovere.

Aspettare. Aspettare, la nostra specialità. Aspettare che giugno arrivi e con lui le piogge; aspettare che spiova; aspettare che la parola, la nostra, segua il suo lungo complicato camminare interno prima di farsi voce ed eco; aspettare che arrivi lontano e tocchi un cuore e lo faccia battere; aspettare che qualcuno, un uomo, una donna, chiunque, si senta parlare nella nostra parola, preso in considerazione, convocato.

Ma un anno fa, il resto del giorno se ne andò via per installare l’accampamento. Gli aeroplani e gli elicotteri militari seguivano la serpentina tracciata dai fiumi, i convogli blindati quella delle strade. Nei notiziari le elucubrazioni, lo stare a vederere chi diceva la stupidità più grande.

Speriamo che là sotto leggano prima di giudicare”, disse il mio altro io in un inusuale impeto di ottimista scetticismo.

Speriamo”. Ma, mancava ancora qualcosa…

L’altra parola sarebbe nata dopo un parto prolungato.

Prima le analisi, i bilanci, le somme e le sottrazioni, le moltiplicazioni e le divisioni. La lunga spirale dal nostro cuore piccolo e bruno, fino al più grande che ci include con tutti i colori… in basso.

Altro giro. Entra ed esce dal pensiero, analizzare, scegliere.

Tutto contro, tuttavia…

Poi la ricerca di porte e finestre, o la loro apertura.

Quindi, fare i bagagli, accorgersi che tutto sta in uno zaino da guerrigliero. Quello che non ci sta, non vale la pena portarlo, non importa, si perde prima di tenerlo, nella buca delle lettere, nel falò, nell’oblio immediato, nell’angolo dei ricordi brutti, buoni, non ha più importanza, non in quel momento.

La parola. Percorrere le rotte, ora moltiplicate, delle comunità indigene zapatiste. L’informazione, la domanda, la discussione, l’accordo, i verbali. Arrivano i conti, per villaggi, regioni, zone.

“Sì”, “andiamo”, “meglio di no”, “siamo pronti”, “no”, “come donne siamo d’accordo”, “io fino a qui, non oltre, “tenix yil´s va teme yax chamotic ta lucha”, “fino alla morte se necessario”, “chiltak tsombaj tik”.

Il giorno cede alla sera alla notte all’alba. E la pioggia bacia la terra fino a rammollirla e trasformarla in fango che imprigiona il passo fino alle ginocchia.

- Ei Sup, come va? -.

È il capitano, il tenente, la posta, il radio-operatore, il collegamento, la regione, la zona, il responsabile, la comandante, il comandante, il compagno, la cooperativa, la bambina, la montagna, l’ombra, il mio altro io, la nuvola che mi accarezza il viso, lo sguardo.

Il conto finale. Si va alla riunione. “Scrivi il nostro pensiero”, così l’ordine arriva nel vento, all’alba, per non arrendersi, perché è così, perché è quello che faremo.

Ma la parola non trova il suo posto nel cuore che sono le mie mani, non rimane quieta, va e viene. Deve essere il fango, la pioggia, il mese, vallo a sapere. Un foglio, no. Un altro, neanche. Andare e venire nel fango.

La Erika: “sei servito compagno subcomandante insurgente Marcos”.

“Quello sono io”, penso. Ed il mio scetticismo aggiunge: “credo”.

Fagioli, riso, tortillas. E tutti a guardare Pinguino, calcolando quanto tempo manca perchè finisca in brodo, arrosto, sminuzzato nelle tostadas.

La Erika, che guarda quello che stiamo guardando e vede i nostri pensieri: “ è inutile quello che state pensando”.

Noi? Non stiamo pensando proprio niente ”, dico con l’ultima cucchiaiata di fagioli.

E Pinguino sotto il tavolo di tronchi e, tra gli stivali infangati della Erika, sapendosi al sicuro… per ora.

Andare e venire nel fango. Domandare per radio come va, ma non va né viene.

Non mi viene in testa, rispondo. Il messaggio va da una parte all’altra, in castigliano, in tzeltal, in tzotzil, in tojolabal, in chol.

Non viene -, dice. – Mmh -.

- Dillo alla nostra maniera, con le nostre parole, così, semplicemente -.

- Digli che dicano chi siamo, solo perché lo ricordi chi già lo sa e lo sappia chi non lo sa -.

- Questo, e dove siamo adesso, perché improvvisamente si sono dimenticati o non lo capiscono -.

- Capiscono, ma fanno gli gnorri… -.

- Ed il mondo, com’è, chi comanda e chi ubbidisce. Ed il nostro paese che è il Messico, come sta morendo per la morte provocata dai ricchi e dai loro malgoverni -.

- Già -.

- E che già abbiamo concordato nel nostro cuore quello che vogliamo fare, sì. Cioè lo faremo a modo nostro, ma anche con altri modi di altri -.

- E di altre, perché ci sono le donne… -

- Di tutti, e di tutte -.

- Sì -.

- Perché ci siano buone case dove i bambini possano crescere bene; e buon lavoro con buona paga; e la terra con una buona maniera di coltivarla e che non rubi il coyote; e cibo, non molto, non poco, il giusto sulla tavola alle ore giuste; e medicine col dottore e l’ospedale; e scuola senza stupidaggini né maldicenze; e buon governo che non sia prepotente, ma ubbidiente; e che lo straniero non comandi né rubi; che si punisca il malvagio; che ognuno sia libero di essere quello che è, a modo suo; che non ci siano uccisioni urlate o taciute; che ci sia cultura ed arte ed il canto ed il ballo; e sapere quello che succede per come succede, cioè buona vera informazione, come Radio Insurgente, La Voce dei Senza Voce, e che l’annunciatore legga la poesia che ho mandato perché sono giorni ormai che l’ho mandata e la ragazza dice che sto mentendo e che voglio solo soddisfare le mie voglie e sì voglio anche questo ma solo un po’ e poi vale per entrambi; e che ci siano cumbias e rancheras e corridos e la storia dei nostri morti che sono ancora vivi, no?… -.

- Sì -.

- Perché ci sia un altro Messico, un altro mondo, uno migliore -.

- Sì -.

- È facile, no? -.

- Certo -.

- Allora scrivilo, che si capisca. -.

- Così, certo -.

Continuava a piovere…

La Sesta avrebbe presto cominciato il suo giro per il Messico. Prima dall’alto, a raccogliere incomprensioni, rifiuti, bugie. Poi in basso, mettendo insieme dubbi, entusiasmi, adesioni. Ma allora non lo sapevamo… non ancora. Tutto era incerto. L’unica certezza era che stavamo facendo quello che ritenevamo fosse nostro dovere. Il dovere, i principi, le convinzioni, l’etica. Tutti concetti che, il nostro intuito avrebbe poi confermato, per quelli che stanno in alto non valgono assolutamente nulla. Parole in disuso, pratiche assurde.

E un anno fa…

La Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona prende la sua forma di parola, la nostra parola, cioè, dal nostro cuore di fronte all’altro. Quattro anni per prepararla, mettendo giù le basi, facendo prove, aggiungendo e togliendo. La Sesta. Da alunni che eravamo stati, tornavamo a scegliere di imparare, e sceglievamo maestri che ancora ignoravano che lo sarebbero stati.

Un anno fa…

E la pioggia non smetteva per niente. E le strade si allagavano. E la montagna si chiudeva con gli alberi caduti, i rami strappati, i rovi, i sentieri già di per sé invisibili del nostro cammino. Tutto bagnato fuori e dentro.

Su un foglio umido e macchiato di fango, tra macchie e cancellature, si legge…

“Questa è la nostra semplice parola che vuole toccare il cuore della gente umile e semplice come noi, ma che come noi, è degna e ribelle. (…) Questa è la nostra semplice parola, perché la nostra idea è invitare chi è come noi ad unirsi, da tutte le parti dove vivono e lottano “.

Sperare. Aspettare un udito disposto a farsi voce e passo organizzato.

Pioveva, come adesso, un anno fa. Come un anno fa, sembrava che non fosse il momento, che non convenisse, che la correlazione di forze, che il calcolo politico, che la prudenza, che il buonsenso, che tutto fosse contro.

Tuttavia…

Era arrivata l’ora, bisognava scegliere…

II.- Insegnare ed imparare.

Scegliere. Questo è quello che insegna un maestro, una maestra. Tutto quel cumulo di abbecedari, aritmetica, nomi di fiumi e capitali, date storiche, e l’albero incomincia da un seme, e i verbi ed i sostantivi, si concretizza in un insegnamento: bisogna scegliere, scegliere una posizione, uno sguardo, un ascolto, una parola, prendere una decisione.

Allora il libro smette di essere un punto interrogativo e si trasforma in un mistero che qualcuno aiuta a decifrare: il maestro, la maestra. Poi, affacciarsi alle sue pagine è una strada nota.

Scegliere che cosa si guarda e come. Scegliere che cosa si insegna e come. Scegliere quale strada, quale passo, con chi, a che velocità, con che ritmo, con quale compagnia, con quale destinazione.

Scegliere cosa guardare e come…

Scegliere, per esempio, di guardare Atenco, imparare dalla sua lotta, dal suo dolore, dalla sua organizzazione. Imparare dall’appoggio che il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra ha sempre dato a chi soffre e lotta, senza che importi la sua dimensione, il suo colore, la sua bandiera. Imparare da uomini e donne, giovani in maggioranza, che sono arrivati da altre parti per dare sostegno. Dalle lavoratrici dell’IMSS, dai contadini, dalle studentesse, dall’indigena mazahua (Magdalena García Durán si chiama), dai professionisti, dall’Altra.

Segnare nel calendario di maggio i giorni 3 e 4 e scegliere di non guardare da un’altra parte. Guardare la polizia, le botte, gli stupri, la prigione, l’ingiustizia, la sporca parola dei politici. Guardare e sentire ed imparare ed appoggiare.

Scegliere, è un altro esempio, di guardare Oaxaca. Guardare i maestri e le maestre. Guardare la repressione e le bugie. Guardare il popolo oaxaqueño, non solo nella capitale dello stato, unirsi, protestare, chiedere, esigere, organizzarsi. Guardare e sentire ed imparare ed appoggiare.

Scegliere di guardare l’altro Messico. Guardare e guardarci. Guardare la lunga stele di dolore e ribellione. Guardare l’Altra prendere appunti. Guardare l’Altra guardarsi, imparare, scegliersi.

Scegliere di insegnare la parola ed insegnare quello che vale, non quello che costa. “In lingua guaranì, ñe´e significa “parola” e significa anche “anima”. Gli indios guaranì credono che chi mente tradisce l’anima”. (Eduardo Galeano. “Las Palabras Andantes”).

Scegliere di guardare ed imparare dal magistero messicano.

Le maestre, i maestri. La ribellione contro la condanna di sopportare tutto: cattivi salari, pessime condizioni di lavoro, programmi di studio idioti, strutture e materiali inservibili, leader corrotti, ricatti governativi, repressione sfacciata od occulta. Sopportare tutto per la missione, i bambini, l’insegnamento, il livello scolastico.

E contro la loro ribellione, la menzogna, le accuse, le minacce, le botte, la prigione, la morte.

Ed il maestro, la maestra, sceglie che cosa insegnare, come, perché, contro chi. Ed insegnare a fare conti, ma non per trarne profitto ma per capire chi ruba a chi e come.

III.- Un’altra aritmetica.

Insegnare sí, ma un’altra aritmetica.

Non per calcolare il vantaggio che si ottiene dallo spogliare i nahuas di Jalisco di terre, sorgenti, cultura e storia, ma per imparare del nodo stretto nella lunga corda di resistenza dai popoli indios del Messico, dai Mayos e Yaquis, fino ai maya, passando per i popoli indios aguacateco, amuzgo, cakchiquel, chatino, chichimeca, chinanteco, chocho, chol, chontal, chuj, cochimi, cora, cucapá, cuicateco, guarijío, huasteco, huave, huichol, ixcateco, ixil, jacalteco, pápago, pima, popoloca, purépecha, quiché, serí, solteco, tacuate, tarahumara, tepehua, tepehuan, tlapaneco, tojolobal, kanjobal, kekchí, kikapú, kiliwa, kumiai, lacandón, mame, matlatzinca, mazahua, mixe, mixteco, motocintleco, náhuatl, ocuilteco, opata, ñah ñú-otomí, paipai, pame, popoluco, triqui, tzeltal, tzotzil, zapoteco, zoque, totonaco.

Non per calcolare quanto costa un fine settimana in un hotel di lusso a Quintana Roo, ma per imparare la storia di impegno e lotta di quell’altro ribelle che fu, ed è, Julio Macossay.

Non per calcolare quanto colesterolo contiene il cibo nel ristorante di lusso nel Distretto Federale, dove i potenti dettano ai politici i compiti da svolgere, ma per imparare dalla dignità di chi, lavorano sulla strada, per strada, in banda, altre ed altri, insegna, in basso e con chi sta in basso, a costruire.

Non per calcolare quanto costa abbellire con buon gusto culturale la parete della magione a Puebla, ma per imparare dall’arte che il muro dice quello che il giovane graffitaro non esprime a parole.

Non per calcolare il profitto che si ottiene dalla produzione in un’industria di penumatici in Querétario, ma per imparare dalla coscienza di classe degli operai del sindacato della UNIROYAL.

Non per calcolare il beneficio di avere tecnici e professionisti docili formati al Politecnico e alla UNAM, ma per imparare dalla ribellione organizzata dei giovani.

Non per calcolare i vantaggi di privatizzare il Centro Storico di Città del Messico, ma per imparare dalla dignità dei piccoli commercianti, informali, ambulanti, lavoratori, lavoratrici di strada.

Non per calcolare l’impatto alla borsa valori della privatizzazione della cultura, ma per imparare dalle ragioni, argomenti e storie di chi difende il nostro patrimonio storico.

Non per calcolare l’abbondanza economica se si è professionisti di medicina, legge, architettura, ingegneria, chimica, biologia, economia, psicologia, ma per imparare ad esserlo per chi in basso lo è senza esserlo.

Non per calcolare il costo di una poltrona in platea, ma per imparare dal teatro di strada, dall’opera del basso, dal tuo rock di lotta, dall’altro cinema, dal mezzo di comunicazione alternativo, dalla grafica impegnata, dal giornalismo onesto, dall’alto volo della danza di Alexis Benhumea Hernández, il giovane artista assassinato a San Salvador Atenco…

IV.- Il Domani secondo Elías Contreras, Commissione di Investigazione dell’EZLN.

Arriverà quel giorno. Tutti, tutte, noi, in gruppo, ordinati. Vallo a sapere. Improvvisamente, forse, tutti, tutte, ben pettinati, con abiti e sguardo puliti. Molte bandiere, musica, balli, molto chiasso, ma decisi, vigili.

Una donna senza paura, una bambina che gioca, un indigeno che canta, una studentessa che impara, una maestra che insegna, una professionista che costruisce, un’artista che crea, una lesbica che ama, una giovane che si veste come vuole, perché così ne ha voglia, una lavoratrice che dirige, una signora che racconta una gioia, un’anziana che sorride, la Magdalena che balla col suo piccolo petto, un’altra che più non sopravvive, ma vive davvero, guarda, impara.

Chi lo sa.

Ma sappiamo.

La paura sì, ma non più dalla nostra parte. Ora, quel giorno, che la paura sarà dalla parte di chi sta in alto.

Il ricco con la paura, il suo governo con la paura, che sparge la sua parola che inganna, che ci invita alla riconciliazione,ci chiede pace, dice che tutti sono fratelli (e non dice sorelle, è solo per uomini il mondo in alto, o per femmine che si comportano da uomo). E quelli in alto: “aspettate, non così, cerchiamo un modo per metterci d’accordo”.

Quel giorno arriverà e quel giorno loro, là in alto, imploreranno, pregheranno, chiederanno clemenza coloro che non hanno mai perdonato la povertà, la miseria, l’abbandono che loro hanno creato.

In ginocchio chiederanno tempo il ricco, il padrone, il latifondista, il proprietario di case, il deputato, il senatore, il presidente, il giudice, il cattivo straniero.

E qui in basso li sentiremo, sì, ma non li ascolteremo…

Mostreremo loro il nostro calendario, quello del basso, quello di sinistra.

Qua l’usurpazione, là lo sfruttamento, oltre la repressione, qua e là il disprezzo.

E le date dei morti, dei desaparecidos, delle detenute e detenuti, dei picchiati, delle stuprate, dei perseguiti, dei minacciati, dei diseredati, dei brutti, degli sporchi, degli appestati, dei maledetti, degli umiliati, degli assassinati, degli altri, delle altre.

E loro, in alto che stanno cadendo, imparano a fare i conti.

Si chiuderà la porta della prigione e saranno condannati ad ascoltare un’altra storia, la nostra, quella che è stata vista, ascoltata, riconosciuta, organizzata, fatta in basso.

Non dimenticheremo, non perdoneremo. Come dice la gente: “non me ne…”

V.- Il domani secondo il Mio Altro Io.

Non so -, dice il mio altro io. – No? -

- No, pensa - .

E, ombra nell’ombra, aggiunge:

– Invece di portarli in prigione, i camion, la vigilanza, non sarebbe più facile cambiare il nome ai palazzi del Senato, della Camera dei Deputati, della Corte Suprema di Giustizia, della Presidenza, della CONCAMIN, la CONCANACO, la CANACINTRA, l’ambasciata nordamericana, chiudere tutti lì dentro e su quegli edifici semplicemente mettere il nome “Prigione”? – .

- (…) -.

- Immagina quanto si risparmierebbe per i trasporti -.

-Sì, immagina… -

VI.- Il Domani secondo un bambino zapatista.

Senti Chup. Sei già arrivato? Non hai più niente da fare? Andiamo a cacciare gallinelle d’acqua? Dai! Io porto la fionda, tu porta i palloncini colorati. Poi voleremo e andremo via lontano, lontano, fino là… Senti Chup, è vero che il mondo è grande grande, grande così, ed è compagno? - (Il bambino allarga le braccia ed accompagna il gesto spalancando gli occhi come ad abbracciare in questo modo tutto quello che non sta nel suo piccolo abbraccio).

VII.- Il Domani secondo Ombra, il guerriero.

Sopra l’alba è un’umida ferita d’amore. Nel mio sogno lei geme, trema, ansima cercando l’aria nella quale la sua pelle si è fatta aria, interrompe la sua intensa cavalcata, cade svenuta sul mio petto.

Io? Io sono solo l’eco del suo fremito, appena un’ombra che la luce, generosa, regala al tempo.

Fuori piove, ma non fa più male…

Dall’Altra Città del Messico.

Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Giugno 2006

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