<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #40

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“Il mondo sta andando all’inferno, te ne stai a guardare?”

Storia segreta dietro Altro Giornalismo, ed un appello per far cadere la pioggia sulla fattoria dell'informazion


di Al Giordano
Publisher, Narco News

23 giugno 2006

Caro Collega:

La stagione delle piogge è iniziata da qualche parte di un paese chiamato America. Uscire significa bagnarsi. Alcuni maledicono il suo arrivo. Ma altri – come il compagno responsabile del piccolo campo di grano dietro la sede di Narco News – è visibilmente felice.

L’acqua scende a piccole gocce, una ad una. Esse penetrano il terreno dove incontrano e combinano forze, germinano semi, germogliano fusti, e creano il cibo che mani umane coltivano e portano sulla vostra tavola. Nessuna singola goccia di pioggia da sola fa nascere un chicco di mais, o un solo fagiolo o una foglia. Loro devono cadere tutte insieme. E poi qualcuno o alcuni devono alzarsi all’alba, un giorno dopo l’altro, a prendersi cura del campo e raccogliere i frutti di questo lavoro.

Ma se siete davanti, proprio adesso, ad uno schermo di computer, probabilmente non vivete solo di cibo. Avete bisogno di mangiare, ma ci sono altre fami e seti. Una è per l’informazione veritiera in un’epoca di notizie spazzatura. E per quelli come noi che coltivano la verità, la fanno crescere, la raccolgono, e la portano sulla vostra tavola, il processo è molto simile. Noi siamo in una posizione simile a quella del coltivatore: non importa quanto sia duro il lavoro, quello che produciamo non crescerà senza la pioggia.

In questo caso, la pioggia siete voi.

Oh, maledizione! – posso sentirlo pressocché dai cinque continenti – un’altra richiesta di soldi da qualche parte in America. E non possiamo resistere perché lui ci racconterà della storia segreta dietro le notizie. Spiacente. Io non sono nato per scrivere queste cose e sicuramente voi non siete nati per riceverle. Ci piacerebbe tornare a riportare delle vere notizie, da parte mia, e leggerle (e distribuirle, per favore diffusamente), da parte vostra. Ma io tenterò – per quelli di voi che davvero amano queste lettere (e qualcuno ci dice di sì, specialmente con i vostri contributi) di condividere con voi una storia o due dietro le notizie, che queste lettere mi permettono di fare.

Le notizie autentiche noi le diamo gratis – “gratis significa senza pagare”, ed è una parte chiave di quello che facciamo – ma se voi, nel vostro cuore sapete che questa fattoria ha bisogno di un po’ di pioggia, perché proprio adesso, oggi, ne ha realmente bisogno, potete trascurare l’appello qui sotto e, per favore, fare una donazione on-line con la vostra carta di credito, se ne avete una, al Fondo per il Giornalismo Autentico a questo link:

http://www.authenticjournalism.org/

O via posta mandate il vostro contributo a:

The Fund for Authentic Journalism
P.O. Box 241
Natick, MA 01760, USA

E, come già comunicato da Dan Feder, saremo lieti di mostrare la nostra gratitudine per la vostra donazione di qualsiasi entità mandandovi un DVD di tre delle cronache video (di fatto, il disco ne contiene sei, perché include le versioni in spagnolo e inglese) prodotte da noi quest’anno – “Il Delegato Zero in Yucatán e Quintana Roo” – perché noi speriamo anche che voi organizzerete delle proiezioni, grandi e piccole, le copiate diffondendole. Voi non siente solo i costruttori della pioggia. Siete anche la rete di distribuzione che rompe il blocco all’informazione.

Anche noi, i coltivatori di questo campo di notizie, ci svegliamo col sole per fare il nostro lavoro. E noi lo amiamo. Ogni giorno in cui possiamo dedicarci a tempo pieno a riportare storie importanti o ignote è un giorno di sole per noi. E siamo grati che la vostra partecipazione renda possibile che noi non dobbiamo vendere spazi per annunci pubblicitari, o adeguare il nostro lavoro al favore dei finanziatori, che ci permette di fornire questo lavoro – questi reportage, traduzioni, cronache video, ed il resto – gratis perché noi sappiamo che non tutti possono pagare per questo, e questa è un’altra delle ingiustizie – e falsità su cui si reggono – che noi esponiamo in queste pagine.

L’anno scorso, nel 2005, ci abbiamo pensato molto (abbiamo anche lavorato molto, ma abbiamo anche ripensato a cosa facevamo a Narco news e perché lo facciamo, e come potremmo farlo meglio; e ci siamo rivolti a voi e molti di voi ci hanno dato consiglio). Stavamo lavorando a questo da cinque anni ma non siamo stati sempre contenti del risultato del nostro lavoro. I primi cinque anni di questo secolo in America Latina hanno messo in rilievo molta speranza ed aspettative. I vecchi regimi hanno lasciato il posto a nuovi governi liberamente eletti, governi che hanno parlato molto in armonia con la nostra missione a Narco News riguardo a democrazia, politica contro le droghe, e diritti umani in particolare. Ma dopo averli guardati attentamente – questi “cambiamenti” fatti dall’alto, a livello di governi – abbiamo scoperto che le loro azioni non erano conformi alle loro parole. E la sofferenza umana a causa delle loro politiche continuava, non diminuiva.

Nel 2005 abbiamo anche subito la perdita del nostro collega Gary Webb nel dicembre 2004; cosa che io, ma non solo, ho molto sofferto a livello personale. Ed a livello giornalistico e politico, quanto ho detto allora – che il canarino era morto nella miniera di carbone e che la strada per operare attraverso i Media Commerciali ora era chiusa – risultò essere la triste realtà. Perché anche se Narco News non è mai stata un’organizzazione di notizie commerciali, la nostra speranza e ottimismo spesso ci hanno portato a guardare ai media istituzionali. Abbiamo sempre sorriso se questi rubavano le nostre storie e le portavano ad un pubblico più vasto. Abbiamo accordato loro molte interviste – specialmente quando siamo stati chiamati in giudizio – cosa che abbiamo smesso di fare l’anno scorso.

Noi mettiamo allo scoperto tutto: la svendita completa di un media, anche quello che si considera “liberale” e “di mente aperta” ma che finisce per farti ingoiare notizie spazzatura con un cucchiaio d’argento; l’apatia di fronte ad atrocità ammantata di “civiltà”. E noi ci siamo guardati l’un l’altro, e come in una scena del recente film X-Men dove esplosioni, fiamme, e pallottole volano dappertutto mentre la forza distruttrice avanza, uno dei mutanti dice, “il mondo sta andando all’inferno, te ne stai a guardare?”.

Trascorse un anno e due giorni dopo il primo anniversario della morte di Gary, in una fredda notte di dicembre – era il 12 del mese, quando il Messico celebrava la festa del suo santo di patrono, la Vergine di Guadalupe – ho incontrato una vecchia amica per le strade di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Mercedes Osuna, che passeggiava con sua madre, doña Paula. “Ti stavo cercandolo”, mi disse Mercedes. “Vogliamo parlare con te di una cosa. Quando puoi venire? Domani alle 11? Bene, allora ci vediamo!”. Non ho potuto spiccicare parola ed ero ormai impegnato.

Antefatto: Quando lasciai gli Stati Uniti per la prima volta ed arrivai in queste terre nel luglio del 1997, Mercedes dirigeva un’organizzazione di diritti umani in Chiapas che gestiva gli osservatori stranieri e giornalisti nei territori ribelli dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Questo era un lavoro difficile, e Mercedes era ed è l’elemento più tosto del vasto mondo delle organizzazioni non-governative in Chiapas.

Ricordo quando nell’autunno del ‘97, ero di ritorno da una settimana molto interessante in una comunità chiamata La Realidad ma mentre mi trovavo su un autobus per scendere dalle montagne, un altro autobsu amico che incrorciava ci disse che le autorità di immigrazione messicane avevano predisposto più avanti un posto di blocco. Quella era l’epoca in cui “la migra” aveva espulso dal Messico 400 giornalisti stranieri ed osservatori dei diritti umani dal Chiapas. La mia ora sembrava suonata. Ma alcuni compagni sull’autobus che non volevano farmi prelevare e sganciare su Miami, mi dissero di un sentiero segreto attraverso i boschi – uno di quelli che gli immigrati dal Centro America qualche volta prendevano per evitare quel posto di controllo – e mi disegnarono una piccola mappa, e da solo me ne sono andato attraverso la foresta. La sorte è stata buona con me e quando mi ritrovai a San Cristóbal ero così eccitato che disegnai una mappa con un rapporto su come prendere quel sentiero ed evitare la migra e la portai a Mercedes nel suo ufficio. Sciocco gringo, pensavo di aver scoperto la ruota!

Il mio sorriso radioso si spense quando, leggendo il mio rapporto, Mercedes cominciò a sgridarmi in spagnolo, una lingua che ho messo quattro mesi ad imparare. “Non ci piace quello che hai fatto”, lei mi rimproverò ricordandomi che si era d’accordo che io avrei preso un’altra strada ad un’altra ora per lasciare la comunità, e che quando ero emerso dai boschi in una città governata dal partito di governo in Messico e la gente del posto aveva visto un gringo che faceva l’autostop, la migra l’aveva subito saputo ed aveva intensificato i controlli su quella strada. “Hai messo in pericolo gli altri compagni!” mi disse. Mi odiai al pensiero. Pensavo di aver fatto qualcosa di superfigo ma invece avevo fatto una cazzata. Lei aveva ragione, chiaramente. Era un tipico sbaglio da gringo, impreganto di quell’individualismo che ti inculcano fin dalla nascita. Quel giorno nacque in me un profondo rispetto per Mercedes, e compresi che lei doveva gestire centinaia di persone come me che venivano da altre terre e che hanno questo individualismo stampato nel carattere.

Ed è stato là ed allora che ho imparato che affinché i movimenti funzionino e le persone collaborino insieme contro la repressione e le avversità, uno deve mettere il bene più grande davanti al capriccio individuale, e farlo con precisione cronometrica.

Le settimane ed i mesi passarono, e Mercedes era gentile con me: io andavo avanti e indietro, diverse volte, per le comunità e non ho mai più deviato dai percorsi convenuti. E per i successivi tre anni Mercedes ha guidato i miei viaggi ed ho potuto imparare tutto quello che più tardi è divenuto Narco News e la rinascita di Giornalismo Autentico: una forma di giornalismo – che guarda in basso, che non si vende, che impara come collaborare con altri – che riserva allo zapatismo ed ai suoi modi antichi, l’ho già detto, la parte del leone.

Poi, nell’aprile del 2000, è arrivato a Narco News un ragazzo con un PC portatile che ebbe la cattiva, poi buona, sorte di essere citato in giudizio dal banchiere più ricco del Messico e narco trafficante nella capitale mondiale dei media. E vincemmo quella battaglia, ed una divenne due, e due divennero tre, e tre divennero la Scuola di Giornalismo Autentico ed oggi i suoi diplomati passati e futuri e centinaio di co-editori stanno raggiungendo più lettori – maggio 2006 ha segnato un record mai visto – in più lingue e con più reportage. Durante questi anni ho riportato da altre terre – la Bolivia, Venezuela, Brasile fra queste – ma il Messico è il luogo e la storia che mi portano a continuare a fare questo. Ad un certo punto negli anni recenti, Mercedes lasciò la ONG per ragioni di famiglia ed io non la vidi più fino all’estate scorsa, nella selva Lacandona, ad una delle riunioni di pianificazione per quella che è divenuta l’Altra Campagna. E a dicembre, la vidi per la seconda volta dopo anni, quando lei mi invitò ad incontrarci.

A quell’incontro, il giorno dopo, lei insistè – Mercedes non chiede, lei dà istruzioni ed in una maniera molto diretta e divertente – che noi formassimo questo progetto per coprire l’Altra Campagna che sarebbe partita da lì a 18 giorni. Io le dissi che dovevo pesarci su. Io stavo esaurendo i risparmi di una vita, il mio sogno di comprare un pezzo di terra per costruire la Scuola permanente di Giornalismo Autentico stava scivolando fuori dalla mia portata, ed io avevo, suppongo, tutto quel genere di problemi – economici e personali – che la vita presenta ad ognuno. Ma sentivo che con Narco News avevamo infranto un muro di mattoni – generando storie che hanno condotto a cambiamenti dall’alto che realmente non erano durati affatto. E nello stesso tempo, noi non avevamo più risorse sufficienti per questo lavoro, avevamo già oltrepassato il segno con la nostra posizione radicale, anticapitalista, e non c’era nessun modo di mettere carne al fuoco (anche se è l’unico modo di dare le vere notizie). Nella frustrazione conseguente, io volevo ritirarmi, andare in pensione, scrivere e suonare musica con quella chitarra Dobro che il narco-banchiere aveva così desiderato (cosa che stavo facendo allora nei club, mentre altri mandavano avanti Narco News). Ma Mercedes può essere molto convincente. L’Altra Campagna, disse, potrebbe essere la strada per approfondire un “altro” tipo di giornalismo.

Chiamai al telefono alcuni diplomati, in Messico, alla Scuola di Giornalismo di Narco News, anno 2004, che avevano lavorato con noi quell’anno in Bolivia: Quetzal Belmont, Sarahy Flores, e Greg Berger e ripetei la proposta di rimetterci in campo. Verificai la cosa con Dan Feder e Luis Gómez, in America Meridionale, e tutti espressero entusiasmo. Il giorno dopo tornai da Mercedes e dissi: “Ok, hai vinto ancora tu. Lo faremo. Dammi un giorno per mettere insieme le cose e tornerò domani con un rapporto”. 16 giorni dopo, il 30 dicembre, una nostra squadra si incontrò nella Penisola dello Yucatán – la prima tappa del Subcomandante fuori dal Chiapas nel suo viaggio di sei mesi per la nazione – e si mise al lavoro: Sarahy, Quetzal e Greg, più Teo Ballvé e Barrett Hawes che venivano da New York, e Karla Aguilar da Houston, e Jim ed Ellen Fields che già erano a Mérida. Anche là in Yucatán, il mio co-imputato Mario Menéndez Rodríguez, editore del più grande quotidiano della regione, Por Esto! ci ha fornito tutti i buoni consigli e contatti lungo la penisola. Da là abbiamo continuato… Oaxaca, Tlaxcala, Querétaro Michoacán, Morelos Guerrero, lo Stato del Messico, Città di Messico… Atenco. E da là – 3 maggio – ci siamo barricati nel centro di questo paese per informare su un’atrocità e le sue conseguenze.

Dopo cinque mesi e circa 400 reportage, traduzioni, e telecronache – e milioni di lettori – ancora una volta non mi importa di aver speso l’ultimo dei miei risparmi per mantenere questa squadra di giornalisti (vitto, alloggio, trasporto approvvigionamenti) ed aver rincorso altri sogni. Pressocché ogni giorno è un giorno di sole da cinque mesi, perché siamo stati in grado svolgere questo lavoro, e l’abbiamo fatto bene. Narco News non è lo stesso di prima, ed in qualche modo sospetto che l’Altra Campagna sia cresciuta, in parte, con gli sforzi dei numerosi collaboratori di questo progetto. E noi sappiamo qual’è il caso con la priorità più alta: liberare gli arrestati e picchiati a San Salvador Atenco il 3 maggio ed assicurare che questo non accade mai più. Quindi quando il Subcomandante Marcos ha detto, il 20 maggio, che la campagna di condanna per le atrocità in Atenco “gode di una forza internazionale che lo sciopero del 1999 all’Università Autonoma del Messico (UNAM) non ha avuto, e che l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) non ha mai avuto”, noi – ed ognuno di voi che ha sostenuto o partecipato – ha sentito di essere sulla strada giusta e che senza questa azione di rendere internazionale un conflitto ed i fatti che i giganti di Stato, Media ed Affari avevano sperato di restringere dentro i confini nazionali, questo sarebbe stato molto diverso, e più triste, è storia.

Oggi, sono 44 i colleghi della testata Altro Giornalismo con l’Altra Campagna che ha fatto funzionare questo progetto. Io sono orgoglioso di chiamare ognuno di loro compagno, compagna. E so che ognuno di loro ha fatto gli stessi sacrifici che ho fatto io per realizzare un “Altro Giornalismo” dal basso e a sinistra. Ognuno ha dato tutto quello che aveva, compreso spendere i propri risparmi per pagare parte o tutte le loro spese, perfino rinunciare a ricevere compensi per offrire il loro lavoro a questo progetto. Alcuni hanno dovuto attraversare il confine per trovare lavoro dopo che sono finiti sul lastrico per darvi le notizie. Evidentemente non posso ringraziarli nome per nome in questo contesto. Ma sentirete parlare di loro molto presto, da qualche sorprendente luogo in America.

Abbiamo anche subito incidenti. Uno dei corrispondenti ha perso il suo lavoro in un gigante della televisione internazionale, Telemundo. Due sono finiti in prigione in Oaxaca per il reato di aver riferito una storia che lo Stato non voleva che si sapesse. Uno di noi è stato fisicamente aggredito ai cancelli di una prigione e poi denunciato alle autorità di immigrazione, ma fortunatamente è ancora in giro. Uno ha lasciato la sua carriera di successo di video-redattore a New York per quattro mesi: Barrett Hawes è il suo nome. Fatemi dire due parole su Barrett (Scuola di Giornalismo, anno 2004). Arrivò in Messico in dicembre, poi a febbraio andò in Bolivia per aiutare Greg Berger nel film “The Gringotón Diaries” (la serie molto seguita a Gringotón, visibile nella pagina di Salón Chingón), e poi tornò in Messico per proseguire con Altro Giornalismo fino a che ebbe speso l’ultimo centesimo e poi tornò nella Grande Mela. Io ancora ricordo quel giorno, in Guerrero, quando Barrett e l’operatore Sean Geary – nessuno dei due parla spagnolo – si sono trovati nel mezzo ad uno scontro violento a 90 gradi, ed impavidamente si sono lanciati con le loro macchine fotografiche – avevo mandato Amber Howard, che parla spagnolo, per guardargli le spalle mentre io mi occupavo degli altri. Alcuni degli incidenti sono stati materiali. In questi cinque mesi tre membri della nostra squadra video hanno perso le loro macchine fotografiche nella calca e confusione di questo genere di lavoro (qualcuno ha una macchina fotografica e video di ricambio per mini-DV da donare?). Tutto questo per darvi sette filmati; cinque prodotti collettivamente, un altro – nella prigione di Ixcotel – prodotto da Jill Freidberg ed un altro – “Tutti Siamo Atenco” – prodotto da Greg, Barrett e Sean a New York… ed altri filmati in fase di montaggio mentre sto scrivendo.

A volte è un casino questo genere di lavoro. Non abbiamo polizze assicurative, o una rete di sicurezza come i Grandi Media. Non abbiamo la protezione della polizia – o le organizzazioni istituzionali per la “libertà di stampa” di cui godono i Grandi Media. Al contrario: c’è sempre la minaccia – come accaduto a colleghi di altri media indipendenti in Atenco – di essere deportati o arrestati o picchiati o stuprati o peggio (come accaduto al nostro compagno Alexis Benhumea) per il reato di riportare una storia. Questo è successo solo un mese fa. Ma quello che noi abbiamo – e noi pratichiamo quotidianamente fin dal primo dell’anno – è la libertà di andare dove i media istituzionali non andranno, e raccontare le vere storie dalle voci di quelli in basso, che i media istituzionali non racconteranno mai.

E questa libertà è venuta – e noi speriamo che continuerà a venire – da voi.

Perché voi, dall’altra parte dell’Altro Schermo che avete sostenuto questo lavoro, e che lo farete ancora, ci avete liberati dalle catene che i corrispondenti ufficiali accettano quando lasciano i fatti sconvolgenti fuori delle loro storie; dalla frustrazione dei cameramen delle TV o dei fotografi delle riviste commerciali che rischiano la loro sicurezza per mostrare una verità violenta solo per poi scoprire che i loro capi seppelliscono il filmato in qualche scrivania senza mai diffonderlo o pubblicarlo. Voi – quelli di voi che hanno fatto piovere la vita su questa fattoria di notizie autentiche con mille gocce – ci avete reso possibile non essere schiavi. Voi siete la nostra “ferrovia sotterranea”.

E non essendo schiavi ci avete dato il diritto di non pensare come schiavi. E questo fa la differenza nel mondo del genere di giornalismo che simo in grado di darvi. Perché è fondamentalmente diverso riportare da uomo libero o donna libera che riportare con l’auto-censura e la consapevolezza di non poter dire tutta la verità.

Ed io non ho ancora tutte le parole per descrivere cosa hanno significato questi cinque mesi per la rinascita di Giornalismo Autentico, ma nel mio cuore so che, col vostro aiuto, noi siamo andanti molto avanti, oltre quello che noi immaginavamo fosse possibile, che attraverso le nostre azioni stiamo scrivendo il nuovo manuale, e che, col vostro continuo aiuto, noi continueremo ad avanzare in un’epoca in cui così tante brave persone sono costrette a ritirarsi.

E se qualcosa di quanto ho condiviso con voi oggi tocca il vostro grande e generoso cuore o vi fa sentire ottimisti come ci sentiamo noi – anche in circostanze avverse (perché sappiamo che anche voi incontrate avversità nella vostra vita, come noi) – vi chiedo allora di scavare di nuovo in fondo alle vostre tasche per sostenere il proseguimento di questo progetto. Non abbiamo ancora pagato tutti i conti dei primi cinque mesi – io ho più di mille dollari di debito di affitto, telefono, elettricità ed altri ritardi nei pagamenti. Il prossimo mese – con l’avvicinarsi delle elezioni in Messico – c’è la minaccia di rompere la censura a molte più notizie che nell’ultimo mese. Sarebbe realmente un guaio ritrovarsi con il telefono ed Internet tagliati in un periodo come questo.

E poi c’è – perché abbiamo tenuto in vita le missioni di Narco News durante questi cinque mesi intensi – il lavoro in corso di riportare la guerra alla droga ed alla democrazia dal resto di un paese chiamato America, i reportage da Bogotá al Confine con Buenos Aires e Bolivia, ed il giornalismo impegnato di Narcosphere, che attraverso questo progetto ha rivendicato l’autenticità del giornalismo ed ha dato un rinnovato, e più alto, valore alla verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, anche quando – specialmente quando! – mette a disagio quelli che stanno in alto.

E così, da questa fattoria di notizie, noi preghiamo per la pioggia. E la chiediamo a voi. Pioggia su questo progetto con l’acqua di cui abbiamo bisogno per continuare a coltivare i fatti e le voci del basso e permetterci di portarli alla vostra porta, donando il vostro contributo – adesso, per favore, prima di dimenticarsene o spenderlo per qualche cosa d’altro – tramite questo link:

http://www.authenticjournalism.org/

O via posta, inviando il vostro assegno o denaro a:

The Fund for Authentic Journalism
P.O. Box 241
Natick, MA 01760, USA

(E ricordatevi di inserire il vostro indirizzo se volete ricevere i DVD.)

E, infine, se quello che potete donare non sono soldi ma il vostro talento, come comunicatore, reporter, scrittore, traduttore, regista documentarista, giornalista radiofonico o alcune delle molte altre capacità di cui ha bisogno questa squadra, e voi, come i 44 e più di noi, siete disposti a sacrificare il confort per il privilegio di affliggere il disonesto, datemi un segno all’indirizzo narconews@gmail.com perché, come qualcuno ha detto prima, “il mondo sta andando all’inferno, te ne stai a guardare?”.

Da qualche luogo in un paese chiamato America,

Al Giordano
Publisher
The Narco News Bulletin
Road Team Coordinator – The Other Journalism
http://www.narconews.com/
narconews@gmail.com

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