<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #40

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L'Altra secondo…

C'è una discussione su che cos'è leggenda e che cos'è storia


di Subcomandante Insurgente Marcos
L’Altro Messico

3 giugno 2006

Non ne so molto, ma immagino che su questo argomento ci siano pile intere di libri, tesi, discussioni, tavole rotonde. Può darsi perfino, ma non ne sono sicuro, che se ne discuta in qualcun o di quei corsi che a volte si svolgono in questa o altre università, nelle facoltà di “umanistica”.

E dato che stiamo parlando di “umanità” e delle sue ingiustizie, mi domando se nelle facoltà di umanistica ci sia la materia “dignità” e se c’è chi impartisce questa lezione e dà i voti.

Mmh… O forse si fa lezione su questa materia e si danno voti collettivamente, da molte parti, non solo in un’aula.

E mi domando anche se la dignità non vada insieme con l’indignazione, quel sentimento difficile da definire esattamente ma che ha a che vedere con quella rabbia che si sente nelle budella di fronte ad un’ingiustizia.

Forse è questa capacità di indignazione una delle caratteristiche dell’essere umano.

Ergo, una facoltà di “umanistica” dovrebbe avere fra le sue materie la “dignità” e la “indignazione”.

Inoltre, non ci si potrebbe laureare in essere umano se non viene promosso in queste materie.

Scusatemi se sto un po’, o molto, uscendo dal tema.

Non solo perché non mi avete assegnato un tema, ma mi avete solo detto “vieni alla ENAH che facciamo un festival affinché Mariana Selvas ed il Doc e la Magdalena e tutt@ i/le prigionier@ sappiano che non sono sol@ e che continuiamo a lottare per loro”.

Questo è quello che mi avete detto. Ed io ci ho pensato sopra. “Ci vado?”, mi sono domandato. E mi sono risposto: “Credo che ci andrò”.

Dato che non mi avete dato un tema, penso che si potrebbe parlare su che cos’è LAltra Campagna, che cos’è che la definisce, che cosa la colora e le dà forma.

O, per esempio, spiegare perché mi trovo a Città del Messico, più in concreto alla ENAH in un festival culturale per la liberazione de@ prigrionier@ di Atenco, e non in riunioni di aderenti in Chihuahua, Sonora o Sinaloa. O ancor meglio in Chiapas.

E non crediate… io non so molto su Città del Messico, ma sembra che la ENAH sia un po’ lontana da dove stanno il Doc e la Mariana e la Magdalena. Allora ho pensato che forse bisognerà alzare molto la voce affinché arrivi così lontano.

E sto pensando a questo, cioè sto pensando alle voci ed alle distanze, quando sento una voce in basso alla mia sinistra che dice:

– Proprio di questo si tratta, di alzare la voce.

Io ho sentito un brivido percorrere la mia bella schiena e mi son detto “questa vocina, questa vocina…”.

E così ho portato istintivamente la mano alla tasca sinistra dei miei pantaloni perché lì tengo il tabacco…

Dove ero rimasto? Ah sì, che non mi avevate dato il tema per questo discorso alla ENAH.

E ora che me ne ricordo, voglio fare una denuncia. Perché nell’Assemblea Nazionale degli Aderenti dell’Altra del 29, mi avete inviato un foglietto che diceva:

“Sup: avvisa se vieni alla ENAH per il festival del 2 giugno. Se vieni, ti invitiamo. E se non vieni, allora non ti invitiamo”.

Non so che cosa pensate voi, ma mi sembra che chi ha redatto quel messaggio potrebbe davvero essere il consigliere di uno qualsiasi degli insigni candidati alla presidenza del Messico.

Bene, dato che non mi avete dato un tema su cui parlare ed io me ne ero preoccupato perché non sapevo se stavate pensando che forse avrei potuto cantare una di quelle ballate come quelle che canta Joaquín Sabina, ma lui è seguito dalle ragazze ed invece io sono seguito dai poliziotti. Non è giusto.

Allora sto pensando a questo, cioè contando quanti poliziotti camminano dietro di me, sicuramente per chiedermi un autografo, quando sento un’altra volta quella vocina che ora mi dice:

– Pss, pss…

Dapprima ho pensato che fosse la voce della mia coscienza, ma dato che non le faccio mai molto caso, ho acceso la pipa e mi sono detto:

– “Marcos, non ti angosciare. Lui è rimasto nella selva, in appoggio al Teniente Coronel Moisés per la Commissione Intergalattica. Insomma, dev’essere la tua immaginazione. È praticamente impossibile che sia arrivato fin qua…”. – Io, l’eterno vincitore delle elezioni del cuore delle femmine di buon gusto, umido sogno di Halle Berry, amore impossibile di Angelina Jolie, sospiro inconfessato di… di… bene, lascio lo spazio in bianco affinché una donna, la sola, scriva il suo nome ed il suo cuore… Ehm, ehm, io sono qui, io sono… – Durito! – dico con evidente inquietudine. – Come “Durito”? Don Durito de La Lacandona! Il terrore della classe politica mondiale! Il guastafeste dei festini neoliberali! Quello dall’augusta figura che farà furore nelle pagine (anti) sociali della stampa alternativa! Il trionfatore di tutti i sondaggi non ancora fatti e che mai si faranno! Il provocatore di rossori, sudori e sorrisi tra le dame dei cinque continenti! Il ballerino più scic dei festival in basso e a sinistra!

Dicendo questo, Durito accenna alcuni passi di danza mentre intona la versione dark-punk-libertario-ska e zumpa-zumpa di “La Suegra”, la cui versione a cumbia occupava il primo posto nella classifica domenicale di “Radio Insurgente. La Voce dell’EZLN, la voce dei senza voce, che trasmette dalle montagne del Sudest Messicano”.

Io applaudo discretamente e domando – chiedo – reclamo:

– Ma non stavi col Moy? – Sì, ma sono venuto a parlare con la Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti U mani che è venuta a verificare la bestialità esibita dal governo messicano in San Salvador Atenco. E, bene, visto che ero da queste parti, mi sono chiesto: “In che casino si sarà messo adesso quel nasone con la sua goffaggine, a cui ho concesso l’onore di nominare mio scudiero?”. E mi sono detto che dovevo constatarlo personalmente e, come ho detto prima, eccomi qua. – Ma non dovevi disturbarti! Ti avrei mandato una e-mail -, dico a Durito mentre nascondo il sacchetto del tabacco. – No, non nascondere la gioia che ti suscita la mia presenza. E niente carovane, basta che tu mi dia un po’ di tabacco -. E Durito non aspetta neanche la mia risposta, prende il sacchetto e ricarica la sua pipa che ha preso da uno zaino che, ora mi rendo conto, porta sulle spalle. – Stai arrivando o te ne stai andando? -, domando tra preoccupazione e speranza. – Arrivando -, dice Durito fumando il mio tabacco e distruggendo la mia illusione. – Ma non ti entusiasmare troppo, sono solo venuto a smentire quello che hai detto: che hai le gambe più belle del sudest messicano. È pubblico e notorio che le mie sono più belle e, inoltre, sono di più – precisa Durito mentre mostra le sue 3 paia di gambe che inoltre, fra parentesi, sono anche braccia. – Parlando di miti -, gli dico di malumore, – hai qualcosa da dire sullo “Stato di Diritto” che viaggia fra manganelli e scudi della polizia messicana?

Durito si toglie lo zaino e lo apre mentre dice:

– Non ci si può aspettare niente buono da chi fa risiedere la legalità delle istituzioni nei peni dei poliziotti – dice Durito. – Lo Stato di Diritto in Messico è sessista, maschilista e, come tale, stupido. Non è possibile parlare di legalità quando ci sono così tanti ladri e criminali liberi (alcuni sono perfino candidati nelle prossime elezioni). La giustizia in Messico è una merce ed anche cara. La può comprare solo chi ha i soldi. Non ti sei reso conto che, quando un ricco delinque, tutte le procedure sono “legali”, il processo poi è così lungo che, il più delle volte, quando si giunge al verdetto di colpevolezza, il suddetto se n’è fuggito? Non è forse vero che quando tocca ad uno povero, prima viene arrestato, viene picchiato, lo si incarcera e poi, molto dopo, si verifica se è colpevole o no?

Durito si accende la pipa e fruga dentro lo zaino mentre aggiunge:

– Per il resto, non ti affannare a scrivere. Ho qualcosa di meglio su cui puoi lavorare – e senza perdere altro tempo mi consegna alcuni fogli stropicciati.

Io vorrei domandargli che cosa sono, ma Durito me lo dice subito:

– Bah, non mi devi ringraziare. L’ho fatto volentieri, con gran allegria e superentusiasmo. Ed ora me ne vado già via perché vado al presidio davanti alla Prigione di Santiaguito – dice rimettendosi di nuovo lo zaino in spalle e perdendosi nella fredda alba della Valle del Messico.

In un’altra alba, ma nelle montagne del Sudest Messicano, Elías Contreras, Commissione di Investigazione dell’EZLN, ed io conversavamo vicino al focolare della sua cucina.

Alcuni anni fa, quando era venuto a Città del Messico in cerca del cattivo e del malvagio, Elías Contreras aveva visitato la Scuola Nazionale di Antropologia e Storia. Ignoro il motivo di quella sua visita e non me l’ha mai spiegato. Forse doveva vedersi lì con qualcuno dei contatti che gli passavano informazioni sui complicati labirinti del cattivo e del malvagio. O forse stava facendo una passeggiata ed i passi l’avevano portato vicino alla Piramide di Cuicuilco. Il caso è che Elías Contreras, Commissione di Investigazione dell’EZLN, entrò in questa scuola, trascorse dentro alcuni minuti in lei e poi ne uscì. Forse, non lo sappiamo, si mescolò nel patio con studenti, lavoratori e insegnanti. Forse incrociò, senza che né l’uno né l’altra lo sapessero, una studentessa della ENAH che si chiama Mariana Selvas e che attualmente è detenuta, ingiustamente, nella Prigione di Santiaguito, nello Stato del Messico.

Elías Contreras deve esser anche stato nel quartiere Isidro Favela e negli altri che si trovano nei paraggi della ENAH e dei centri commerciali di Perisur, del Gran Sur e di Cuicuilco.

Mi raccontava Elías Contreras che bastava percorrere le strade di Città del Messico per rendersi conto che la giustizia è una cosa per quelli in alto ed un’altra per quelli in basso. E non parlava solo del superbo insieme di proprietà di Carlos Slim che contrasta con la piramide e le modeste case dei quartieri confinanti.

Era l’atteggiamento (“il modo”, mi diceva Elías Contreras) della polizia da una parte e dall’altra: lo sguardo sottomesso e servile verso l’autorità quando stav a sul terreno di chi comanda realmente, e lo sguardo prepotente e vorace quando si trova tra quelli in basso.

“La polizia protegge chi sta in alto e spoglia ed umilia chi sta in basso”, mi disse Elías Contreras, Commissione di Investigazione dell’EZLN, e poi rimase in silenzio. Poi mi passò un solitario foglio di carta del suo quaderno di appunti.

Adesso, in quest’alba, ricordo qualcosa di quanto c’era scritto.

E più in là, in un’alba ancora più lontana nel tempo e nello spazio, il Vecchio Antonio vegliava con me sul bordo di un campo di mais.

Le orme di un tepezcuintle e la fame mal saziata con tortillas e fagioli ci avevano portato fino a quel posto, ad una lega circa dalla sua capanna, per cercare qualcosa per rimpinzare lo stomaco il giorno dopo.

Non è apparso il tepe, ma il Vecchio Antonio, durante il ritorno, mi ha raccontò una storia di un mondo fatto in basso e poi dominato dall’alto.

“Non tutti né tutte, abbassano la testa e si lasciano andare”, mi disse il Vecchio Antonio per dire non tutt@ si rassegnano e si “accontentano”. Ed ha pure aggiunto qualcosa che io avevo annotato frettolosamente nel mio diario di campagna.

Credo che, dato che non mi avete assegnato un tema per il discorso di oggi alla ENAH, permettetemi di leggervi questo strano, ma serio, testo dove si cerca di sintetizzare quello che Don Durito de La Lacandona, cavaliere errante, Elías Contreras, Commissione di Investigazione dell’EZLN, ed il Vecchio Antonio, traduttore involontario di una cultura in resistenza, scrissero e dissero in questa ed altre albe. Si chiama….

GLI ALTRI E LE ALTRE CHE SIAMO

La storia o la leggenda si intessono al mattino presto. Ci sarà, senz’altro, chi metterà in discussione la sua veridicità e vorrà classificare l’una e l’altra col debole criterio di “autentico” o “falso”. Per ciò che riguarda quello che racconto adesso, non importa se si tratta di una cosa o dell’altra.

Le parole che nominano quello che sta per nascere non escono all’improvviso né da qualunque parte, ma continuano a cercano un posto dove nascere ed aspettano il momento propizio per uscire.

C’è un posto nel quale l’oscurità e la luce si incontrano e si toccano appena per un istante. Dopo, ognuna va per la sua strada, nella sua direzione. Così camminano l’ombra e la luce, seguendosi ed evitandosi, fino a che si dimenticano ciò che sono e diventano l’altra cosa, rifacendo una volta ed un’altra ancora l’ossimoro del loro desiderio. Questo posto ha anche un suo tempo, in cui la morte e la vita si rimandano. È l’amore, dicono, che lì quindi regna.

Ed è nell’alba, in questo spazio e tempo, dove c’è chi c’è già e chi è appena arrivato. Dicono che sia l’ombra colei che aspetta, spiando con lo sguardo di chi vive la maledizione del dormiveglia, che la luce riveli i suoi abiti e le sue paure, che riposi il corpo e desti il desiderio.

Ah, l’alba! Sta lì, sempre in attesa di una pelle composta di due tepori che la proteggesse dal freddo e soffiasse lontano la solitudine.

In questo sottile limite, dove non c’è muro né abisso, la parola percorre tutti i calendari ed assume una forma parlata in molte lingue.

Ora dico ciò che questa parola mi racconta in questo spizzico di tempo, nella nebbia del dormiveglia e nella lingua della montagna:

C’è in ogni uomo, in ogni donna, un altro ed un’altra differenti.

Nascosto c’è l’altro, è come celato. Aspettando attende. Restando sta.

A volte è un graffio, impercettibile fuori e definitivo dentro; altre volte è un terremoto che rompe la fastidiosa quotidianità; ed a volte è una pelle, carezza o un aspro attrito che strappa con tenera furia la pelle di fuori e rivela e rivela l’altra pelle, quella dell’altro, quella dell’altra che siamo.

Ma è sempre un dolore ciò che obbliga ad uscire fuori quest’altro che siamo senza esserlo del tutto o non ancora.

La maggior parte delle volte siamo l’altro con un “NO” di sfida alla docilità imposta.

E non ci vediamo.

Non se soli, siamo l’altro che siamo.

Tra la sfacciata competizione nella corruzione e nel crimine che sono il combustibile del “si salvi chi può”, c’è una, uno, un altro, un’altra, qualcuno che dice “no”.

È, per esempio, una giovane donna che abbandona il conformismo di essere come l’uomo vuole che sia e mette da parte le sue paure per vestirsi e denudarsi con l’abito sempre nuovo della ribellione.

E c’è un professionista che, contro ogni prudenza imposta dall’alto, rischia il suo benessere e la sua sicurezza per portare una medicina a chi non conosc e e giace moribondo, con la testa rotta da quello “Stato di Diritto” sintetizzato da una granata di gas lacrimogeno “made in Usa”. L’altro potrebbe dire, se non fosse in coma, “mi chiamo Alexis Benhumea, studio economia alla UNAM, sono stato accusato e condannato perché sono giovane”. Il professionista di chiama Guillermo Selvas, lo chiamano “ Doc” perché è medico ed è incarcerato, accusato, tra altre cose, di essere un attivista.

Lo accompagna una giovane studentessa, perché oltretutto ci sono lezioni che non si imparano nelle aule né sui libri, ma per le strade e sui campi del grande dolore che alcuni chiamano “il Messico in Basso”. Una cartelletta con i suoi dati segnala: “Mariana Selvas, studentessa della ENAH. Accusata, tra il resto, di essere una giovane donna”.

C’è un’indigena che sceglie di esserlo ma con dignità, che si veste con i colori che prima erano della vergogna ed oggi sono dell’allegria, ed abbraccia solo chi conosce dal dolore e la ribellione comuni, ansiosi d’essere collettivi. Sono eco quelli che risuonano dicendo: “Mi chiamo Magdalena, sono indigena mazahua, sono accusata di essere una donna indigena”.

C’è un uomo, un contadino, che sceglie di innalzare il suo colore che viene dalla terra e con quella sua scura dignità vuole dare il suo appoggio a chi lotta anche per questa terra macchiata dal nostro sangue. Tace l’uomo ed in silenzio dice “Mi chiamo Ignacio Del Valle, sono un contadino di San Salvador Atenco. Sto in una prigione di massima sicurezza perché in Messico essere contadino ed essere ribelle ed essere solidale è sinonimo di essere un soggetto molto pericoloso”.

E c’è una donna che non importa se è giovane, adulta, matura o anziana, ma è una donna e porta come catene ciò che non vuole, ma vorrebbe delle ali e per questo unisce i suoi passi ad altri passi. Ha tutti i nomi e tutti i volti che in basso si nominano e si guardano.

E c’è un fotografo, un reporter, che non scatta più foto perché il suo cuore si è commosso e gli comanda di non trasformare in merce l’istante che gli chiederanno di vendere, che scrive quello che vede ed ascolta e non quello che i paraocchi e paraorecchi del Potere gli impongono. Perché c’è chi passa dall’altra parte della line a per vedere ciò che si vede in basso, ciò che si tace.

E c’è un uomo, una donna, un bambino, un anziano, una ragazza, un altro, un’altra che preferisce la dignità all’umiliazione, e che agisce con coerenza.

Trovarla, trovarlo. Questa è L’Altra Campagna.

Questo paese, questa terra, questa Patria, ha un’altra dentro di lei. Il suo doloro è così a fior di pelle che basta un udito attento per accorgersi della sua esistenza. L’ascolto si fa parola, ed il io sono questo, sono qui, allora si moltiplica.

Far nascere quest’altro paese, quest’altro Messico. Questa è L’Altra Campagna.

Ed oggi, lottare per la libertà di Mariana Selvas, del Doc, di Magdalena, di Nacho, di tutte le detenute, di tutti i detenuti, questa è L’Altra Campagna.

Dall’Altra ENAH

Subcomandante Insurgente Marcos

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